Tommy Lee Jones rimette i cowboy al posto dei cowgay

Con l’uscita di «Le tre sepolture» si torna al western tradizionale

Cinzia Romani

L’ultimo genere cinematografico intonso fino a I segreti di Brokeback Mountain era il western, basato sulla convenzione dell’epopea avventurosa. Quella in cui confluiscono fatti storici e di cronaca, tradizione di letteratura colta e popolare, folclore musicale e via elencando roba forte. Di fatto, il dramma sentimentale di Ang Lee, con due cowboy innamorati l’uno dell’altro e ammogliati, tanto per non dichiararsi di fronte alla comunità in cui essi vivono, abbatte il solo tabù in grado di abbracciare l’intera cronologia del cinema americano. In L’assalto al treno (The Great Train Robbery, 1903) di Edwin S. Porter, per esempio, la nascita del cinema narrativo e quella del western coincidono.
Né è un caso che la popstar Usa Madonna sia ricorsa al country folk e agli stivaloni texani per rilanciarsi, con Tell Me, in tutti gli Stati, che comunque amano i simboli del più americano tra i personaggi del West: il cowboy. Ma gli amanti di pugni&pistole, di vaccari&fagiolate da marcia verso l’Ovest, di indiani all’attacco&canoe, da venerdì potranno contare su Le tre sepolture, di e con Tommy Lee Jones, che nel film impersona il ranchero Pete Perkins: per esaudire l’ultimo desiderio del suo più caro amico che gli ha chiesto di essere sepolto nella città natale, intraprende un lungo e pericoloso viaggio verso il Messico. Jones, un vero duro alla Clint Eastwood, altra icona del West, addirittura immortalata da un francobollo della Repubblica del Mali. Così John Wayne, il padre di tutti i pistoleros, che secondo l’attore Ernest Borgnine si starebbe rivoltando nella tomba, per via della pellicola cow gay, finalmente avrà requie.
Tuttavia, soltanto nell’America del Nord Brokeback Mountain ha incassato 50 milioni di dollari, per tacere dei quattro Golden Globes vinti, il che vuol dire che il mondo cambia e, con esso, anche il western. Se non altro per ragioni di mercato. Al fine di conciliare, infatti, lo spirito liberale o leftist di metropoli come New York o Los Angeles (dove i gay dispongono di quartieri dedicati) con lo spirito più conservatore di regioni quali il Texas o il Nevada, dove vige tuttora la legge del Winchester e il deserto avanza, fregandosene delle Delikatessen, l’America del cinema attenta l’ultima Thule dei maschi.
Chi ama Tex Willer, splendido fumetto creato da Gianluigi Bonelli nel 1948 e al massimo arriva a Cocco Bill (striscia ironica sul West di Jacovitti) oppure alle squaw bionde, dai tratti orientali, che si aggirano in Be Cool (2005), dovrà sognare Ombre rosse (1939) di John Ford, considerato il capolavoro del genere. Dove lo spirito d’avventura e la necessità della legge giocano un ping-pong perfetto, con l’eroe invincibile, le pistole e i cavalli, i cow boys e i pionieri al loro posto, nell’album delle figurine che Ang Lee ha appena buttato in un angolo. E sì che di trasformazioni ce ne sono state, da I pionieri del West (1930) di Wesley Ruggles e, ancor prima, dall’epoca più elementare e primitiva dei film horse opera di Thomas Ince.
Dopo la seconda guerra mondiale, però, il western ha cominciato a puntare più sulla storia che sul mito, con film antirazzisti e simpatizzanti nei confronti dei pellirosse. Con un’evoluzione che, attraverso Mezzogiorno di fuoco (1952) di Fred Zinnemann e Il cavaliere della valle solitaria (1953) di George Stevens, giunge fino a Il piccolo grande uomo (1970) di Arthur Penn, in cui la smitizzazione è radicale. E anche se Ang Lee ha dimostrato che del western classico si può fare una città fantasma, con la roulette del saloon impolverata, il pianoforte del bordello muto, il ferramenta chiuso, nella scena mentale delle mandrie cinefile contemporanee, sparpagliate ma ancora desiderose di praterie che non esistono più, il mito di certe storie straordinarie sta sempre lì.