Tonaca rosa Le prediche in bici di don Romano

Un parroco veneto porta il Vangelo tra i giovani facendoli pedalare in giro per l’Europa. «Serve a soffrire tutti assieme per raggiungere un obbiettivo. E adesso voglio lanciare una corsa a tappe per soli preti»

nostro inviato

a Cittadella

Ci sono preti che aprono discoteche per incontrare i giovani. Quando glielo faccio presente, don Romano, 45 anni, parroco di Cervarese, una chiesa che con il campanile fa ombra sul percorso del Giro, mi guarda un po' perplesso: «Ci ho pensato anch'io. Poi però mi sono detto: non posso insegnare quello che loro sanno fare molto meglio di me. Così, ho puntato su qualcosa che non conoscono, e di cui hanno molto bisogno...».
Siamo in canonica. Magliette, tute, guanti, casco. Sembra lo spogliatoio di Poulidor. Appoggiata alla scala, la bicicletta. Assieme a turibolo e libri sacri, è questo lo strumento benedetto che don Romano usa con i giovani. «La mia proposta: fare fatica, tenere duro, organizzarsi, stare insieme, porsi dei traguardi. Purtroppo, sono cose che a loro nessuno insegna più...».
Sono sincero: tra i tanti personaggi incontrati in Giro per l'Italia, don Romano guida la speciale classifica dell'umanità. Tonaca rosa. La sua storia è bellissima. Agli inizi lo troviamo ragazzino sull'Altopiano di Asiago, impegnato nello sci di fondo, accanto ai Vanzetta e agli Albarello. Romano studia ragioneria e sogna solo un posto in banca. Una volta diplomato, trova questo posto. «In banca stavo benissimo. Mi piaceva il lavoro e mi piaceva l'ambiente di lavoro. Ero pure fidanzato. Stavo mille miglia lontano da questa mia vita di adesso...».
Dopo i vent'anni, la prima vocazione. La più importante, la decisiva. Per tre anni ci lavora sopra, dialoga segretamente con questo nuovo datore di lavoro, che gli sottopone molti test e molte domande, fino a quando l'accordo viene trovato: a 24 anni, il ragioniere lascia la banca, entra in seminario e ne esce tempo dopo come don Romano.
La seconda folgorazione è datata anno 2000. «Un dono del Giubileo», dice con la sua magnifica ironia. Da poco parroco a Cervarese, un amico ciclista continua a tentarlo: forza, tira fuori la bici dalla cantina, andiamo a farci un giro. Un giorno, cede alla tentazione. Da quel giorno, non si redime più. Ormai si divide tra altare e bicicletta, tra anime e muscoli, tra parole e opere. Ottomila chilometri l'anno, da gennaio a dicembre. «Ma tutto questo - specifica facendosi serio - non avrebbe senso se servisse solo a me. Certo, la bicicletta è il mio modo di isolarmi, di riflettere, di gustare la libertà. Così, qualche volta esco sui colli e mi raccolgo intimamente pedalando in solitudine. La parte mia, però, resta minima e secondaria. La bicicletta è centrale per la mia opera pastorale, tra i giovani...».
Tutte le estati, don Romano compie imprese che neppure Coppi e Bartali hanno firmato lungo le strade del ciclismo. Il prete ciclista chiama a raccolta i giovani della zona e parte per un lungo viaggio. «Abbiamo cominciato proprio con il Giubileo: tutti a Tor Vergata, per la giornata mondiale dei giovani, da papa Wojtyla. Ci abbiamo subito preso gusto. L'anno dopo, da Vienna ad Auschwitz. Nel 2002, destinazione Berlino: purtroppo, incappiamo nella tremenda alluvione di Praga, ricordo ancora il terrore della nostra fuga... Così, per il 2003, mi dico: basta acqua. Puntiamo verso la Spagna: difatti, ci becchiamo l'estate più calda del secolo. Ancora: nel 2004, in Normandia, per i sessant'anni dello sbarco. Nel 2005 a Colonia, per la giornata della gioventù con Benedetto XVI. Nel 2006, Polonia. Ed è proprio di quest'anno che parlo qui...».
Mi mostra il libro che lo sta lentamente rendendo popolare: «Ora et pedala», edizioni Ediciclo. Gli lascio volentieri il compito di spiegarne il senso: «C'è lo sforzo fisico e lo sforzo dell'anima. Impressioni, personaggi, aneddoti. Ma soprattutto, il lungo viaggio con i giovani...».
Ascolto la predica con un certo gusto. Sa di nuovo, anche se spiega cose antiche come l'uomo: «Spesso le parrocchie portano i ragazzi nei campi-scuola. L'ho fatto anch'io. Ma resta sempre un ambiente protetto, fuori dalla realtà. La strada invece è più sincera. Più formativa. Devi darti un itinerario, fissarti delle tappe, importi di raggiungere i traguardi. Devi sopportare, soffrire, insistere. Con le tue sole forze. Ma alla fine ti aspetta la soddisfazione e l'orgoglio di te stesso...». In tutto questo, ci sta il senso del gruppo. Con i momenti alti del rispetto e dell'aiuto reciproco, ma anche con i momenti caldi delle beghe feroci. «Nei nostri viaggi ci sono tutti i passaggi descritti nella Bibbia, dove descrive l'esodo dall'Egitto alla terra promessa. Stanchezza, gioia, sconforto, speranza. Noi, di nostro, ogni anno ci aggiungiamo puntualmente il giorno dell'ammutinamento, del tutti contro tutti. Cascasse il mondo, quel momento arriva. Io lo so, e non mi agito. Lascio sfogare, se ne parla, il mattino dopo si riparte. Nessuno deve restare indietro: come nella vita, si parte e si arriva tutti assieme. Pedalare in gruppo è un sacramento...».
Prossimi obiettivi: quest'estate, Fatima. Ma c'è anche un altro tarlo che gli frulla in testa: «Ne ho parlato col vescovo: voglio organizzare un Giro della diocesi per soli preti. Quattro tappe. Mica sono l'unica tonaca a pedalare, nella zona: ho scoperto che persino i miei severi e austeri insegnanti di seminario si allenano in gran segreto...».
Dopo il clamoroso annuncio, mi saluta con la sua semplice benedizione. «Ci si ritrova domani, alla partenza della tappa». Risalendo in macchina, leggo quello che ha scritto di sé sulla controcopertina del libro. «Dal Duemila soffre di un grave disturbo della sfera emotiva: la ciclite. Non ha intenzione di curarla».