Toni: "Ricordate a Platini che batterli ai rigori è stata una goduria"

Il bomber sfida la Francia agli europei: "A Glasgow ho rivisto la vera Italia, siamo carichi e ci temono. Contro i Bleus vorrei arrivare con la qualificazione già in tasca"

Caro Toni, come arriverà l’Italia agli europei?
«Carica, molto carica. Ho sentito in giro tanta voglia di far bene. Gli avversari ci aspettano al varco, sentiamo tutta la responsabilità sulle nostre spalle. La qualificazione non è stata semplice da ottenere ma l’abbiamo guadagnata alla grande».

Era già pronto il patibolo per Donadoni...
«Non era facile arrivare dopo Lippi, per chiunque si fosse trovato al posto dell’attuale ct. Piano piano, giorno dopo giorno, senza mai alzare la voce, Donadoni è riuscito a conquistare tutti: la critica, il pubblico, e anche noi azzurri. A Glasgow la serata migliore: lì ho rivisto l’Italia mondiale».

Quali sono le virtù del ct?
«Ha la cultura del lavoro. A ogni raduno ci rimpinza di esercizi che sembrano banali, e invece servono».

A proposito di Glasgow: è stato il suo capolavoro?
«L’ho decisa col gol iniziale ma è niente in confronto al mondiale, alla serata dei due gol contro l’Ucraina e alla finalissima di Berlino. Forse il ricordo è annacquato dal tempo ma contro la Francia presi una traversa, mi tolsero un gol per un fuorigioco di millimetri. Poi non tirai i rigori. Meglio così: tra me e Iaquinta dovevamo decidere chi avrebbe calciato il sesto. Per fortuna non è servito, ne avevo sbagliato più di uno».

Non vinciamo un europeo - l’unico - dal ’68; nelle altre edizioni qualche brutta figura e la finale sfortunata di Rotterdam. Bisogna attendersi un altro scandalo per rivincere?
«Fosse per noi saremmo disposti al sacrificio. La verità è che noi italiani siamo fatti così: qualcuno mi ricorda che persino nel ’38, a Parigi, ci fu bisogno dei fischi degli anti-fascisti per rivincere il mondiale».

Il girone con Romania, Olanda e Francia non promette granché...
«Vorrei arrivare alla sfida con i francesi con la qualificazione in tasca. Non è un girone di ferro ma di acciaio, comunque ce la giocheremo».

Sa cosa dice Platini? Dal ’78 non ci battete sul campo...
«Riferiteglielo: vincere ai rigori è stata una goduria».

A proposito di Nazionale: Platini apre ai rimborsi per i club...
«Io sono orgoglioso di andare in Nazionale. E un infortunio può capitare sempre. Perciò sono contrario a questo sviluppo».

A proposito di estero: come è stato accolto in Germania?
«Bene. L’italiano è sempre un po’ invidiato: perché da noi ci sono i musei e le città turistiche, perché da noi si mangia divinamente, perché la nostra moda detta legge. I locali più belli e meglio frequentati, a Monaco di Baviera, sono gestiti da italiani. Ai tedeschi piace il carattere nostro, estroverso».

Come se la cava con la lingua?
«Io studio ma è dura imparare il tedesco. Con Rummenigge parlo l’italiano, con il mister me la cavo con qualche parola d’inglese, quando c’è bisogno di lunghi discorsi faccio ricorso a un giovane interprete».

Ma il calcio tedesco, com’è?
«È una favola per il ridotto peso di pressioni nei confronti dei giocatori. Pensi, noi andiamo allo stadio 50 minuti prima del fischio, a volte con auto propria. I ritiri sono aperti, possiamo ricevere amici e parenti. A Brema, il nostro derby, sud contro nord, abbiamo vinto 4 a 0: da noi sarebbe finita con una contestazione per il Werder, in Germania con applausi per tutti».

Ha un nome da segnalare?
«Fossi un dirigente prenderei al volo Diego del Werder: è forte forte, un fantasista».

Cosa ha scoperto di positivo nella Bundesliga?
«Una gran bella qualità. Se fai un gol nei primi 30 minuti al tuo avversario, è fatta. Perché poi si aprono e vengono avanti per pareggiare. In Italia, le difficoltà cominciano quando giochi in casa: per fare un gol diventi matto e, quando succede, l’avversario non si apre».

Il suo tecnico, Hitzfeld, ha comunicato che lascia a giugno: dispiaciuto?
«Non lo sapevo, è un uomo vecchio stampo, capace di tenere unito il gruppo. Con me non parla molto ma è bravissimo a gestire i momenti negativi».

Nessuna nostalgia allora del nostro calcio?
«Da noi il livello più alto è quello tattico e organizzativo. Abbiamo allenatori bravi».

Guardando alle sue spalle: come va la concorrenza?
«Ne vedo due: Pazzini e Bianchi. Uno ha bisogno solo di sbloccarsi, di acquisire fiducia, l’altro è finito in Inghilterra, non lo seguo».

In Italia, nel calcio, comanda Milano: com’è il derby visto da Monaco?
«L’Inter è la più forte del reame: ha una marcia in più rispetto a Roma e Milan. E appena avrà qualche episodio a suo favore, farà strada anche in Champions. È più forte del Milan e non lo dimostra solo l’ultimo derby».

Nonostante il mondiale per club?
«Quello che conta è la Champions, il mondiale meno: laggiù al 90% si impongono le squadre europee, sono le più competitive».

Sarà, ma Kakà ha fatto collezione di premi mentre Ibrahimovic è stato ignorato...
«Merito del Milan e dei suoi tre successi. Appena l’Inter vincerà la coppa dei Campioni, toccherà a Ibrahimovic».

Tra i due chi è più forte?
«Ibrahimovic».

Lei, caro Toni, è stato vicinissimo a Inter, Juve e Milan: con chi voleva giocare?
«Due anni fa la trattativa con l’Inter sapete come finì. Poi sono stato a due passi dalla Juve. Con il Milan avevo già firmato addirittura. Se è per questo, ai tempi della Lodigiani, sono stato in trattativa anche con la Roma».