Toni Servillo e Volontè Un omaggio a due big

Parte, da domani, alla Cineteca Italiana, un omaggio originale, quanto mai doveroso, a due tra i più grandi attori espressi dal cinema italiano: Gian Maria Volontè e Toni Servillo. Non è un caso che la Fondazione abbia abbinato le due retrospettive accomunando in un’unica kermesse i lavori di questi straordinari interpreti. Entrambi sono legati, infatti, dall’aver dato il volto a personaggi non facili e per certi versi scomodi, sofferti nella loro umanità a volte semplice altre complessa, fuori dagli stereotipi televisivi ma non per questo meno attuali. In questo, molto ha influito il loro legame con quel teatro che li ha formati e completati, rendendoli unici, camaleonti nel saper cogliere l’essenza dei loro personaggi quasi da entrarne in totale simbiosi. Non è un caso che i loro lavori più riusciti, magnificamente caratterizzati nella loro complessità, rientrino in quel cinema dell’impegno civile che, in un certo senso, fa da fil rouge alle pellicole che saranno proiettate nei prossimi giorni. Volonté, scomparso quindici anni fa, ha sempre avuto una visione rivoluzionaria della sua professione, lontana cioè da «quelle strutture conservatrici della società dove ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere» come definiva un certo modo di interpretare l’arte. E questo suo modo di essere attore ha permesso agli spettatori di cogliere un’Italia più vera, socialmente più aderente alla realtà. Come dimenticare l’operaio invasato de «La classe operata va in paradiso» (il 25), il poliziotto del toccante «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto» (il 15), il Pietro Cavallero di «Banditi a Milano» (il 12), il giornalista di «Sbatti il mostro in prima pagina» (il 10) o il giudice caparbio di «Porte aperte» (l’11), che compongono, nel loro insieme, una galleria di opere d’arte proiettate su grande schermo. Tra le quali eccelle anche «Todo Modo», di Elio Petri, film del 1976 praticamente quasi inedito visto che venne sequestrato dalle sale dopo l’uccisione di Aldo Moro. Di Toni Servillo basti dire che è, in questo momento, il nostro miglior attore; il che è ancora più strabiliante se si pensa alla sua scoperta tardiva. Le sue interpretazioni sono «minimaliste», quasi antitetiche rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi, nel senso che mettono al bando inutili urla o smorfie per concentrarsi, unicamente, sulla teatralità di un volto capace di esprimere, anche solo con uno sguardo, emozioni irripetibili. Da «Le conseguenze dell’amore» (11/4) a «Il divo» (11/4), da «Gomorra» (19/4) a «Luna Rossa« (12/4), da «La ragazza del lago» (10/4) a «L’uomo in più» (il 12/4), passando per «La salita» (episodio tratto da «I vesuviani» in programma il 10/4)), Servillo ha reinventato, in un certo senso, i canoni del neorealismo adattandoli al nuovo Millennio. E di questo, non possiamo che essergliene grati.