Toni, il tir con motore Ferrari cerca i gol della consacrazione

L’attaccante azzurro sembra imballato dalla preparazione, ma all’Italia serve il bomber per scalare le vette iridate

nostro inviato a Duisburg
La sua ambizione dichiarata è quella citata dal suo biografo ufficiale nell’almanacco della Nazionale di recentissima pubblicazione: diventare in fondo al mondiale Lucatoni tutto attaccato quasi per fare pendant con gigirriva che i sardi doc scrivevano raddoppiando la erre, una specie di riconoscimento al volo della speciale etnia. Il paragone è francamente irriverente e forse lo stesso Luca Toni da Pavullo nel Frignano, Modena, 29 anni festeggiati a maggio, 16 presenze in azzurro e 7 sigilli complessivi, si guarda bene dal condividerlo almeno in pubblico e dinanzi al monumento gigirriva che si ritrova al seguito del club Italia. Il motivo è molto semplice. Fu la prima pietra su cui Marcello Lippi fondò la sua Nazionale e fu una specie di scommessa: a quel tempo il perticone, a Palermo, giocava in serie B e non era mai capitata una scelta di questo tipo segno che la convinzione del Ct era radicata nelle qualità del centravanti, non nella categoria, in modo superficiale cioè. Il contributo di Toni alla qualificazione mondiale degli azzurri non è mai risultato decisivo. Sono pochi i gol scanditi lungo la marcia, meglio la resa nelle due amichevoli di lusso, contro l’Olanda ad Amsterdam e contro la Germania a Firenze. Al culmine della sua migliore esibizione in fatto di gol, 31 il raccolto con la maglia della viola, Toni sembra esausto e vinto dalla fatica. «È un tir col motore di una Ferrari» la definizione esibita come uno spot pubblicitario e firmata da Cesare Prandelli. In verità, al momento, sembra soltanto un tir: il motore della Ferrari se c’è, risulta imballato da una macchinosa preparazione fisica (secondo voci dal sen fuggite sarebbero questi i motivi che ne hanno frenato il rendimento nelle due amichevoli svizzere).
È utile che il tir Luca Toni scritto bene staccato si metta presto in cammino, lunedì sera dalle parti di Hannover, incrociando gli africani del Ghana che non hanno molto tempo da perdere. Nel frattempo continua a consultarsi col suo procuratore, il bresciano Tullio Tinti, che lo informa sugli sviluppi di calcio-mercato. Qui comanda Diego Della Valle che si oppone in modo aperto e polemico alla eventuale cessione reclamata dall’Inter. E non per questioni di prezzo o di pagamento. Ma solo di rapporti personali con Massimo Moratti, accusato di essersi schierato dalla parte della Juve e del Milan ai tempi dei diritti tv e di voler adesso speculare pronosticando la retrocessione in B della Fiorentina per illecito sportivo. «Non abbiamo bisogno dei soldi dell’Inter» la risposta data da Corvino a Tinti e passata all’interessato che con Branca aveva già raggiunto un accordo di massima prima di volare da Firenze verso Düsseldorf. Questo non significa che la Fiorentina vuole tenerlo a tutti i costi. «Rispetteremo il contratto» è la risposta composta di Tinti. Ma siamo soltanto alle prime schermaglie di una lunga e complicata trattativa.
Prima di farsi chiamare Lucatoni tutto attaccato, il perticone di Pavullo deve arrampicarsi su un paio di vette e cominciare a firmare gol importanti. Già perché anche quelli, come i voti nelle urne, non si contano ma si pesano. E se la marcia verso il mondiale non fu realizzata grazie a Toni, qui c’è bisogno del suo contributo essenziale per fare strada. Mancano un paio di piloni di cemento armato all’Italia di Lippi, Zambrotta e Gattuso per cominciare, e nella probabile versione del 4-4-2 da disegnare ad Hannover la funzione del centravanti boa diventa fondamentale. A lui servirebbero gli assist di Totti, in mancanza d’altro deve accontentarsi di qualche suggerimento firmato da Camoranesi o dei lanci di Pirlo che solo Gilardino però riesce a decriptare in modo veloce ed efficace.
«Toni ha le gomme sgonfie» riconoscono alcuni osservatori che viaggiano intorno alla Nazionale in questi giorni e riescono a seguire tutti gli allenamenti tenuti sotto chiave per almeno cento buoni motivi. Da qui fino a lunedì sera può intervenire. Poi non avrà più tempo, nel caso di prova deludente. Perché alle sue spalle c’è un Filippo Inzaghi che continua a soffiargli sul collo e a lavorare sodo, in gran silenzio, per non rovinarsi la reputazione agli occhi di Marcello Lippi. Il milanista – stesso procuratore - non ha l’ambizione di farsi chiamare alla gigirriva perché è già di suo superpippo, un nome che vuol dire qualcosa. E non solo dalle parti di San Siro. Come testimoniano i suoi numeri a livello internazionale (classifica per specialisti) e le sue imprese balistiche contro Bayern e Lione, nell’ultima coppa dei Campioni.