Tonino e il richiamo della foresta

Niente da fare, è il richiamo della foresta: «Tangentopoli sta scoppiando in tutta Italia», tuonava ieri Antonio Di Pietro direttamente da Trento, città serafica dove Tangentopoli a dire il vero non scoppiò neppure negli anni Novanta. Ma nelle scorse settimane in Trentino ci sono stati sei arresti per tangenti, dunque rieccolo: «Tangentopoli sta scoppiando in tutta Italia» ripeteva l’uomo che negli ultimi quindici anni ha intravisto «nuove Tangentopoli» dalle due alle tre volte l’anno. E non c’è niente da fare, l’auspicata convergenza con Veltroni e col Partito democratico ormai è una barzelletta: ieri Di Pietro era a Trento e Veltroni a Bolzano, l’altro ieri Di Pietro era a Roma e Veltroni a Trento. In compenso, tu guarda, in contemporanea a Di Pietro, ieri a Trento c’era Beppe Grillo.
Da quelle parti del resto c’è aria di elezioni: quelle provinciali dovevano essere il 26 ottobre, ma sono state appena rinviate. E le regionali in Abruzzo? Disastro, lo si raccontava ieri: l’Italia dei valori ha già un suo candidato e il Partito democratico «si può accodare», ha detto il Tonino nazionale. Veltroni, invece, pare stia ancora coltivando la speranza di un’alleanza paritaria: ciò che in questi mesi, a nessun livello, non ha mai ottenuto. Basti che l’Italia dei valori si autodefinisce «unica opposizione» come a dire che un’altra opposizione, cioè Veltroni, neppure c’è. Il gioco di Di Pietro è sempre quello dal 1997, anno in cui Massimo D’Alema pensò di candidarlo nel Mugello: acquisire peso fregandosene completamente degli alleati, anzi, puntando su un continuo distinguo da essi. L’Abruzzo finirà al centrodestra? Non importa, del resto «il Pd si ricordi che per vincere deve avere il 51 per cento», ha detto il molisano, «ma difficilmente può ottenerlo in Abruzzo, dove parte della classe dirigente è in galera». È il richiamo della foresta. Sicchè, mentre Veltroni dice che non c’è un regime, Di Pietro parla di «moderna dittatura» e ieri a Trento di «coalizione xenofoba». E la manifestazione di Veltroni per il 25 ottobre? Di Pietro ci andrà, sì, ma sia chiaro che «noi non andiamo al seguito di nessuno», semmai è Veltroni che doveva partecipare a quella organizzata in piazza Navona da Di Pietro. E le firme per il referendum contro il Lodo Alfano? Di Pietro ne sta facendo la campagna della vita, Veltroni seraficamente se ne frega. Tangentopoli, arrestare questo e quello, Mani pulite, quando c’ero io: il marketing dipietresco è immutabile, scava nell’odio sociale di un pezzo di società sedotta da semplificazioni brutali, da banalizzazioni annichilenti, dalla speranza improbabile che dei propri problemi esista un colpevole preciso, qualcuno da fermare, da arrestare.
E pensare che raccontavano di un Di Pietro più riflessivo, consapevole che la vena del giustizialismo non è certo inesauribile, anzi: «Il clima sta cambiando, è già cambiato. Lo sento nell’aria, me ne accorgo. Io posso continuare a parlare di giustizia, ma la gente non capisce più. La giustizia non è più percepita come un tema centrale». Il virgolettato, attribuito a Di Pietro, compariva sull’Unità del 3 ottobre scorso a firma Federica Fantozzi. E continuava: «La crisi, la paura della quarta settimana, la quotidianità sempre più faticosa: oggi i sondaggi ci premiano, ma in prospettiva? Siamo un partito giovane, in espansione, e dobbiamo entrare in modo forte su temi concreti».
Quali? Tutti e nessuno. Abbiamo visto un Di Pietro interventista su Alitalia: ma alla fine, tra hostess e operatori di volo, auspicava arresti per tizio e caio. È sceso in piazza al fianco dei cobas della scuola, davanti al ministero della Gelmini. È stato ad Anagni dai cassintegrati della Videocon. Si muove, ma non fa sempre notizia. Un Di Pietro che non parla di giustizia pare poco credibile: da qui, quando il gioco si fa duro, il richiamo della foresta e lo spauracchio di un’eterna Tangentopoli. Basta aprire il sito dell’Italia dei valori e cioè di Di Pietro, in home page: «Contro il Lodo Alfano», «sette proposte per la sicurezza e la giustizia», «giornata nazionale della legalità», «proposte di legge per la certezza della pena», «tutti uguali davanti alla legge», «comuni trasparenti», «Processo Berlusconi-Mills, video», «la mia storia attraverso le sentenze», «la mia storia attraverso Tangentopoli», «intervista su Tangentopoli»: più testi e video immagini di un giornalista che almeno oggi piacerebbe non nominare, ma che di fatto è l’intellettuale di riferimento.
Filippo Facci