Tonino, messia al tramonto tra scandali e parole a vuoto

I guai giudiziari del partito tutto in famiglia hanno fermato l’ascesa dell’ex pm: anche il suo popolo lo sta abbandonando

C’è pure chi si stupisce, chi finge di non essersi mai accorto delle maionesi impossibili che Antonio Di Pietro cerca regolarmente di propinare a una messe di illusi, siano essi un pugno di disadattati o i suoi teorici alleati di coalizione: mettere insieme il «rispetto per le istituzioni» con la compagnia di giro di Beppe Grillo, il «rispetto per le istituzioni» con chi spiega che questa maggioranza non è stata eletta dagli italiani ma da accordi con la mafia, il «rispetto per le istituzioni» con le televendite editoriali di Marco Travaglio, il «rispetto per le istituzioni» col dare indirettamente del mafioso alla più alta istituzione dello Stato, il «rispetto delle istituzioni» con il dettaglio fatto che lui delle istituzioni se ne fotte alla grande: come sempre se n’è fottuto, a meno che si chiamino magistratura in generale o che si tratti di una precisa istituzione che si scagli contro quella che più gli è aliena in quel momento.
Di Pietro usa l’avverbio «rispettosamente» come un intercalare, ed è così da sempre, è lui il vero «ma anche» della para-politica italiana: e lo sapevamo, è tutto già visto, già sentito, solo che ormai è così abituato alle proprie sgangheratezze e approssimazioni (chi parla male pensa male, gli avrebbe detto Moretti) che a questo punto potrebbe anche essere sinceramente stupito: in fondo che è successo? Che ha detto di diverso dal solito? Lui il presidente della Repubblica l’aveva «tirato per la giacchetta» chissà quante altre volte, che cosa è cambiato? Forse è un problema sintattico: se Di Pietro dice che Napolitano sta in silenzio, e nella frase dopo dice che il silenzio è mafioso, lui non pensa di aver dato del mafioso a Napolitano, ma al silenzio: cose che ha imparato dal suo addetto stampa. Se poi ci ha ficcato dentro un bel «rispettosamente», che problema c’è?
La consecutio sfugge a Di Pietro come gli sfugge un qualsiasi pensiero oggettivo e immodificabile, che è roba che non serve: le parole per lui sono creta, dice quel che gli serve in quel momento. In pubblico lui espira frasette secche e demagogiche anche se decontestualizzate, prive di sequenzialità: e se non piace una parola la si cambia, che problema c’è? Del resto c’è la disinformazione e la propaganda, se non piace una parola ne userà un altra: beninteso «rispettosamente». Solo che stavolta la toppa è stata peggiore del suo «rispettosamente», della sua impunita sfrontatezza, perché dopo la replica del Quirinale eccolo spiegarci che «mi amareggia molto l’oggettiva disinformazione che contiene». Bella lì: adesso disinforma anche il Quirinale, oltreché Retequattro. Poi il penoso avvitamento: «Non ho mai offeso, né inteso offendere, il capo dello Stato quando ho ricordato pubblicamente che il silenzio uccide come la mafia, giacché non è a lui che mi riferivo, ma a chi vuole mettere la museruola ai magistrati che indagano sui potenti di Stato». Ma allora è chiaro: il mafioso era solo Berlusconi, che sollievo. Peccato che sia falso. Di Pietro parlava di uno striscione, rimosso, il quale descriveva un Napolitano istituzionalmente dormiente. Ed ecco, fonte Youtube: «Possiamo permetterci, signor Presidente, di accogliere anche qualcuno di noi che non è d’accordo con alcuni suoi silenzi? Possiamo permetterci o no? Noi la rispettiamo, noi abbiamo rispetto delle istituzioni, (...) lo possiamo dire o no? Rispettosamente, rispettosamente: ma il rispetto è una cosa, il silenzio è un’altra. Il silenzio uccide, il silenzio è mafioso, il silenzio è un comportamento mafioso». Se lo era pure scritto, perché agitava un foglietto e ogni tanto lo sbirciava. Ora che succederà? Tutto. Niente. Questa sera ad Annozero si parlerà di immigrazione ma Travaglio magari farà una televendita delle sue: chissà che non tiri fuori quel delirante verbale di De Magistris dove Napolitano viene citato semplicemente perché nel 1992 era a capo della sinistra migliorista, flagellata dagli arresti.
Chissà che altrimenti non tiri fuori, come ha già fatto su l’Espresso, quando i pm napoletani Rosario Cantelmo e Nicola Quatrano raccolsero una testimonianza su un presunto finanziamento illecito di 200 milioni di lire proprio alla corrente di Napolitano. L’attuale capo dello Stato ne uscì pulito, ma che c’entra: ne era uscito pulito anche Renato Schifani, se è per quello. Napolitano, però, non fu neppure indagato. E che c’entra: neanche Schifani. Sintesi: Antonio Di Pietro è messo male, tutti i guai giudiziari del suo partito familistico e familiare stanno smontando l’ascesa del suo nulla programmatico: e questa manifestazione, frequentata da un migliaio di disoccupati, doveva essere il consueto amplificatore di qualche sua smargiassata o di qualche auspicabile casino da riaggiustare poi, di qualche sua maionese da propinare al suo elettorato de-scolarizzato. Problema: il casino l’ha fatto lui, come non aveva previsto, e peggio di prima. Ma rispettosamente, eh. Rispettosamente. A proposito: questa sera ad Annozero c’è Sabina Guzzanti.