Tonino star della tv ma al tribunale preferisce l’immunità

Ogni giorno vanno in onda trasmissioni di approfondimento con la partecipazione di politici. Il Caffè di Mineo, Omnibus della Tortora, Che tempo che fa di Fazio, Linea Notte della Berlinguer, Parla con me della Dandini, L’era glaciale della Bignardi, Niente di personale di Piroso, Ballarò di Floris, Annozero di Santoro, Matrix di Vinci, Porta a porta di Vespa, Le storie di Augias, Exit della D’Amico, L’infedele di Lerner e il Maurizio Costanzo Show. Oltre a La vita in diretta di Sposini, Pomeriggio Cinque della D’Urso e Victor Victoria della Cabello. Negli ultimi giorni Antonio Di Pietro è andato a tutte queste trasmissioni per ripetere il ritornello «Berlusconi si deve dimettere e deve farsi processare». Liberissimo di farlo in un Paese che rispetta l’art. 21 della Costituzione, checché ne dica l’appello di Rodotà, Cordero e Zagrebelsky. Dove trova il tempo il vulcanico Di Pietro per fare anche il parlamentare (a 23mila euro al mese)?
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Ma scusi, caro Mazziotti, a lei cosa gliene importa? Sono forse affari suoi quel che Di Pietro fa o non fa (non fa, non fa...) in Parlamento? Tonino ha mille cose per la testa - pensi solo all’amministrazione dei beni immobili - e altre mille gliene toccano per tener tranquilla la sua gente, la ciurma, sia detto in senso classico di uomini sottoposti al comando (di Tonino), dell’Italia dei Valori. E poi, ha letto? Il Parlamento «lavora», con due virgolette grandi così, solo otto ore la settimana. E ne avrebbe, di ore lavorative, 48. Ne restano a disposizione quaranta, bastanti per farsi tutte le trasmissioni da lei elencate, caro Mazziotti. Tanto il tassametro gira e a fine mese, comunque vada, l’onorevole Di Pietro incassa il cospicuo malloppo che tramite l’economato della Camera dei deputati noi contribuenti gli assicuriamo. Uno chiamerebbe quest’andazzo la bella vita, e lo è, ma appesantita dal gravoso fardello che Di Pietro s’è accollato: cioè predicare a destra e a manca che Berlusconi deve dimettersi e farsi processare. Che la giustizia segua il suo corso è il punto di forza, la leva ideologica con la quale il dipietrismo intende scardinare l’Italia, isole comprese. Ecco perché l’encomiabile Tonino tanto s’affanna, tanto gli dà dentro magari bigiando perfino le miserelle otto ore settimanali di impegno parlamentare. La sua è una missione e i missionari, si sa, tirano dritti per la loro strada eliminando ciò che potrebbe rallentare il passo. Per esempio le noie di una causa civile in veste di imputato. Noie alle quali Di Pietro insiste perché Berlusconi si sottometta. E guai se non lo fa. Però, sarà che ha tanto da fare, ma lui, lui Di Pietro, se ne esenta. In tribunale non intende andarci, specie se da imputato. Massime quando è strasicuro di non spuntarla, d’essere giudicato colpevole e condannato a sborsare di propria saccoccia la bellezza di 210mila eurucci. Sull’unghia. E il bello è che lui, sempre Di Pietro, ferocemente ostile a ogni lodo, a cosa s’appellò, per farla franca? All’immunità parlamentare. Sembra una barzelletta (con Di Pietro è facile), ma è così. La storia è nota, anche se chissà perché messa in sordina. Querelato da un magistrato che diffamò gravemente («un errore madornale», ammise Di Pietro) il nostro eroe fu salvato dalla condanna e dalla «dazione» dei 210mila euri da certo Aloyzas Sakalas, relatore all’Europarlamento dell’istanza (passata con 654 voti favorevoli, 11 contrari e 13 astenuti) di conferma «dell’immunità e dei privilegi» di Di Pietro. E lei si chiede, caro Mazziotti, dove Tonino trovi il tempo per fare il parlamentare? E come potrebbe trovarlo se per scovare un gonzo che lo immunizzasse e lo privilegiasse s’è dovuto spingere fin in Lituania, terra natale del Sakalas? (Se lo immagina, poi, il colloquio fra i due? L’uno che s’esprimeva in lituano, l’altro nel suo maccheronico italo-molisano? Scintille, caro Mazziotti, scintille).