Tonna: «Così falsificavamo i bilanci Parmalat»

«Tanzi prendeva le decisioni strategiche sulle operazioni, io le portavo avanti»

Stefano Zurlo

da Milano

Dieci anni, o quasi, di falsi. Fausto Tonna parla per sei ore davanti al tribunale di Milano e consegna ai magistrati la sua verità su Parmalat. Una verità insieme disarmante e avvilente: Tanzi descrive i bilanci falsificati senza ritegno, si sofferma sui silenzi e il mutismo del cda dell’ottavo gruppo industriale italiano, illumina le complicità dei revisori. E in cima alla piramide, dopo aver specificato senza infierire il ruolo delle banche, colloca naturalmente lui, Calisto Tanzi, l’ex patron. «Le decisioni strategiche sulle operazioni finanziarie - spiega il ragioniere di Collecchio - le prendeva Calisto Tanzi, presidente con poteri straordinari; io le conducevo, le portavo avanti, ma l’unico con poteri formali era Calisto».
Non dev’essere facile per Tonna destreggiarsi fra le accuse. Nel processo milanese è uscito di scena patteggiando una condanna a due anni e sei mesi. A Parma, dove si contesta la bancarotta, la partita è ancora aperta. E lui cerca di salvare il salvabile. Un fatto è certo: nell’orchestra Parmalat lui era il numero due, il braccio destro del padrone, il direttore finanziario. E su Tanzi scarica, fin dove può, le colpe del disastro: «Il fatto di nascondere le perdite era una decisione di Tanzi». E ancora: «Tutti gli illeciti da me compiuti sono stati a vantaggio delle società e del gruppo e per le distrazioni di Tanzi». Insomma, la bacchetta era in mano al Cavalier Tanzi e solo a lui, anche se Tonna ci metteva del suo e tutti, a scendere nella scala delle responsabilità, collaboravano a tenere in vita artificialmente il gruppo alimentare.
«Abbiamo iniziato a falsificare i bilanci nel 1994-95, quando la situazione delle attività in Sud America era diventata disastrosa». Così si cominciò a modellare i numeri come pongo: «Si partiva dai risultati effettivi delle singole società del gruppo. Se si verificava la necessità di un aggiustamento, Calisto Tanzi fissava gli obiettivi, si verificavano e poi Tanzi decideva cosa modificare a seconda delle problematiche». Punto e fine.
Tutto il resto veniva di conseguenza. Gli altri, tutti gli altri, tenevano in piedi quelle scenografie di cartapesta. E tutte le domande portano alla stessa conclusione: chi poteva far argine se ne guardava bene. Possibile che nel cda nessuno ponesse domande? Possibile che nessuno ficcasse il naso nei movimenti di denaro verso le società off-shore? «In cda - è la replica ai quesiti dei pm - nessuno chiedeva cose di questo tipo». I taroccamenti erano visibili ad occhio nudo, come un’eclissi, ma evidentemente chi aveva il compito di guardare era distratto.
Ad un certo punto la situazione, già critica, divenne insostenibile e allora, nel ’98-’99, fu inventata la Bonlat, la discarica in cui la liquidità era solo virtuale e i crediti inesigibili. «La Bonlat - va avanti Tonna - fu pensata per metterci dentro tutta la parte meno buona». E i revisori, non si erano accorti di quella patacca così clamorosa? «La Grant Thornton - puntualizza lui - era a conoscenza di Bonlat». Anzi, di più: «Hanno suggerito loro di creare una società. Erano a conoscenza di questi aggiustamenti, in taluni casi concordati, in altri conosciuti».
Inutile insistere. Solo gli istituti di credito escono un po’ meno ammaccati dalla deposizione. Intendiamoci: «Bank of America, come tutte le altre banche, aveva tutti gli strumenti per stabilire che i debiti della Parmalat erano superiori a quelli iscritti a bilancio». E poi, «per talune emissioni di prestiti convertibili è capitato che i comunicati siano stati fatti insieme alle banche». Questo era il sistema, ma non c’era volontà di disinformare il mercato: «No, le banche hanno verificato i comunicati al mercato insieme a noi. Venivano inviati mail o fax e vi erano correzioni da entrambe le parti». Nessuna volontà diabolica, almeno su questo fronte.
Tonna aveva fiducia, ma aspettava il salvataggio che, «del resto era già avvenuto nel 1990 con la quotazione in Borsa». Invece arrivò il naufragio: «Ma io ha dato ordine di distruggere solo documenti Bonlat, che non era quotata, fino alla fine del 2002». E i computer? «Assolutamente no. Sono uscito il 10 dicembre 2003 e da allora non ho più messo piede in azienda».
Per Giampiero Biancolella, legale di Tanzi, «è vero che Tanzi prendeva le decisioni sulle operazioni, ma Tonna dovrebbe dare un contributo alla verità sui dettagli».