Tony Renis, 70 anni nella storia

L’artista oggi festeggia una carriera stellare: "Ma adesso non vado più in tv. I miei due Oscar personali sono Bublé e Bocelli"

A forza di ripetere Quando quando quando, eccoli arrivati, i favolosi anni Settanta. In verità qui si tratta di Elio Cesari, nato da Orfelia e Jone, a Milano, nel mese di maggio, giorno tredici, del Trentotto. Avendo papà e mamma con due nomi da settimana enigmistica anche Elio decise di darsi un tono, il padre, oggi novantaseienne, era un impressionista, nel senso che era un pittore: «Forse in omaggio a Guido Reni, scelsi quel nuovo cognome d’arte, con una esse in più perché già facevo il fenomeno con roba americana e affini». Dunque Tony, per essere più vicino a Broadway, Renis per fingere di arrivare da chissà quale araldica: «A quattro anni ero un prodigio, a sei facevo i numeri all’oratorio di San Lorenzo, parodie, canzoni, performance dal meneghino al messicano, poi a scuola me la cavavo imitando, ballando; la professoressa di italiano, il prof di matematica si divertivano come tutta la classe. Io bigiavo per andare a vedere il mio idolo, Walter Chiari e i suoi matinée al teatro Nuovo. A sedici anni facevo il “claqqista” alla Scala, mi pagavano due lire, mio nonno Erminio era un melomane. Cercai di arrivare al diploma di ragioniere, come tanti artisti, il pezzo di carta più facile, anche Modugno, Mogol, Fontana, Armando Testa, tutti ragionieri».
La balbuzie, anzi la dislalia, non lo ha mai condizionato: «Ne ho fatto un vezzo, non l’ho curata, avrei potuto farlo, andai militare a Pistoia per evitare grane e privilegi, il ministro della Difesa era Andreotti, non volevo passare per raccomandato, cantavo, ero già un numero uno». Un numero uno, passato dalle balere e i night milanesi a tavolacci più illustri: «Suonavamo io e l’Adriano al Lido Trianon». L’Adriano è Celentano, compagno di avventure di infanzia, adolescenza e maturità, rock and melody. Il Trianon nel centro di Milano aveva come clienti anche tale Joe Adonis: «Mance gigantesche nelle nostre tasche sgonfie, noi lo aspettavamo per cantare e suonare soltanto per lui». Adonis, Spatola, Gambino, il motivetto che piace tanto per incastrare Tony Renis, le sue amicizie e frequentazioni, mafia e affini: «Quando lessi Il Padrino di Puzo mi innamorai del personaggio di Johnny Fontane che era adatto a Sinatra. Mi ricordai di Adonis, delle sue mance favolose, lo chiamai al telefono, gli chiesi di raccomandarmi a Coppola per la parte del film. Arrivai in ritardo, Fontane sarebbe stato interpretato da Al Martino. Vi dico che tutti, ribadisco, tutti gli artisti italiani che sono stati in America e che hanno frequentato la comunità italoamericana hanno conosciuto quei personaggi, dico tutti, da Ranieri a Morandi, agli altri. Io non sapevo che i telefoni di Adonis fossero sotto controllo, il Corriere titolò Tony Renis e la mafia, questa è la verità vera. Sono stati dei mascalzoni, io posso avere commesso degli errori ma in buona fede, ho la coscienza a posto».
L’America, allora, il sogno: «Quando ci misi piede, per la prima volta, scelsi Los Angeles, impegnai tutti i miei soldi per il bungalow più grande del Beverly Hills Hotel, scendevo in piscina per incontrare artisti, registi, produttori. Non mi filava nessuno nonostante Quando quando quando imperversasse in America. Mi venne un’idea: regalai un mio long playing alla centralinista e le chiesi di chiamarmi ogni dieci minuti, con l’altoparlante piazzato nella zona della piscina. Dopo un giorno diventai la star, tutti si chiedevano chi fosse quel mister Tony Renis. Incominciarono ad invitarmi ai party». Vennero tempi belli, bellissimi, film, dischi d’oro, premi, David di Donatello, nomination all’Oscar, Golden Globe, dollari, belle femmine, vita dolce e quelle voci fastidiose, denunce, interrogatori: «Ferite, tutto quello che è stato scritto e detto è figlio di una strumentalizzazione politica. Non volevano colpire il sottoscritto ma Berlusconi di cui sono amico e questo mi è costato. Anche nella vicenda della direzione artistica di Sanremo ho letto cose incredibili, Silvio Berlusconi non c’entrava niente, aveva altri problemi per la testa. Un solo uomo mi volle e mi indicò alla Rai, il maestro Mazzi, consigliere di Cattaneo. Mi convocò a Roma, mi mise in gioco con me stesso e poi gli amici, Claudia Mori, Mogol mi convinsero ad accettare. Provai a contattare mezzo mondo per la lista degli ospiti, rifiutarono tutti, tutti tranne l’Adriano, Celentano venne a titolo gratuito, lo ammiro da sempre, è l’artista più libero che abbia mai incontrato, lo stimo per la sua totale indipendenza. Posso non condividere alcune sue posizioni ma resta per me un genio. Celentano e Berlusconi, due punti di riferimento per me, perché Silvio Berlusconi è un amico fraterno, lo voglio ribadire sempre, e non è una colpa questa». Come la mettiamo adesso con i fiancheggiatori del molleggiato «ma anche» contestatori del Cavaliere? L’unione fa il Renis: «Non vado in tivvù, ho rifiutato gli inviti di Morandi, di Adriano stesso, di Fiorello, un’altra pietra miliare dello spettacolo. I miei due Oscar personali: Bublé e Bocelli. Il mio rammarico: li ho conosciuti tutti, Sinatra, Sammy Davis, Belafonte, i Beatles, Armstrong, tutti, tranne Elvis, mi manca il mito Presley. Oggi resterò in casa, festeggerò con Elettra, andrò al piano e suonerò per lei, per me». Aspettando che la centralinista del Beverly Hills Hotel annunci: «Mister Tony Renis, telephone!».