Tony Renis: il Festival è ancora grande ma gli ospiti sono inutili

L’artista che guidò la kermesse tre anni fa ricorda: «Mi lasciarono solo, ma io non mollai»

Tra Los Angeles e Sanremo non c’è molta differenza. Come? Effetti del clima o assunzione di sostanze dannose? Negativo, la notte degli Oscar o le notti del Festival sono, in fondo, la stessa cosa, per Tony Renis. Il quale sta in America, appunto alla voce L.A. ma con un pezzo del cuore verso la riviera che fu sua, storia e cronache di ieri e dell’altro ieri.
«Il festival è il mio gioiello più bello, anzi come quello che ho diretto io non ce ne sono mai stati, per anni».
Come inizio è proprio da attore protagonista. Renis ci tiene, si scalda, argomenta, spiega, ribatte. Dunque si va al passato prossimo.
«Fu un anno difficile, le multinazionali discografiche erano in contenzioso con la Rai e con il comune di Sanremo. Se non ci fossi stato io...».
Se non ci fosse stato lei?
«Oggi il festival sarebbe rimorto, risepolto, dimenticato definitivamente».
Non le sembra di esagerare?
«Guardi che era già morto quando mi consegnarono la direzione artistica. L’abbiamo salvato perché lo volevano distruggere senza sapere quello che stavano facendo».
Vale a dire?
«Sanremo continua a dare lustro all’Italia canora, resta comunque una vetrina, il festival ha una responsabilità precisa, riguarda i discografici, gli editori, gli interpreti, gli autori. A parte le canzoni napoletane i grandi successi della nostra musica leggera vengono proprio da Sanremo. Se non ci fossi stato io...».
Ci risiamo.
«Non ho mai mollato. La grande discografia aveva deciso che Sanremo non vendeva, non rendeva, anzi faceva perdere quattrini e poi c’era l’accanimento».
Di che tipo?
«Contro Berlusconi. Pensando che lui avesse messo le mani sul festival, ma Berlusconi non era al corrente di nulla, ma proprio di nulla. In Italia se qualcosa non va la colpa è di Berlusconi».
E lei era il bersaglio facile...
«Esatto. Anzi il migliore dei bersagli. Era un invito a nozze quotidiano. E alla fine restai solo».
Solo?
«Furono in molti a promettermi la loro presenza, la partecipazione come ospiti. Con Giorgio Assumma avevamo invitato mezzo mondo. Ramazzotti me l’aveva garantito di persona e poi se l’è data. Da artista potevo anche capirlo, la sua casa discografica ha potere, decide. Per fortuna ci fu e c’è ancora chi è libero e non deve rispondere alla Sony, a tutte le altre imprese del disco».
Celentano.
«Adriano è l’unico artista libero, è un vero fratello, la sua fu la dimostrazione di una grandissima amicizia. E non dimenticate: non prese una lira, la sua fu una ospitata gratuita».
A proposito, oggi si va di supercontratti, di leggi ad hoc.
«C’è una cosa inutile, che non è stata ancora capita: gli ospiti, attori, stelle dello spettacolo, non servono a nulla, costano e basta. Ci vogliono le canzoni. Eppoi cinque serate sono eccessive, non si può restare incollati alla sedia».
Dopo di lei Bonolis, Panariello e di nuovo Baudo. Ne parliamo?
«Panariello è stato attaccato ingiustamente. Ha fatto un buon lavoro ma il festival non può e non deve essere lo show del sabato sera, ricchi premi e cotillons. Canzoni e basta, lo ripeto».
Bonolis?
«Eclatante, aiutato da tutti, dalla Rai, dai media, dalle case discografiche, dalla sua bravura e intelligenza e dall’assenza di controprogrammazione pesante di Mediaset che invece nel mio Sanremo fu feroce. Nonostante ciò, grazie a Simona Ventura, a Crozza e a Gene Gnocchi fu un’edizione grandiosa, con una scenografia come a Las Vegas. Togliemmo sette file di poltrone, il teatro sembrava la scatola del lucido Brill, avevamo ottantadue professori di orchestra, Gaetano Castelli fu uno straordinario scenografo. Ma ogni giorno su alcune testate ero il mostro da sbattere e da combattere. Ma io sono cocciuto e orgoglioso, musicalmente non sono secondo a nessuno. E per un festival ci vuole gente così».
Baudo, dunque
«È una leggenda. Non saprei chi possa essere più bravo di lui. Non deve dimostrare più nulla ma se le canzoni sono belle il festival è grande, altrimenti il resto non conta».
Dorelli, Milva, Al Bano, la vecchia guardia non molla.
«Dorelli è un artista nel vero senso, showman, attore, cantante pietra miliare della musica leggera italiana. Negli altri Paesi certe personalità non vengono dimenticate. Bravo Pippo che lo ha invitato. Per Milva vale lo stesso discorso, ha dentro la storia poi dipende dalla canzone, così per Al Bano. Sarebbe un errore gravissimo dimenticarli. Sappiate che Tony Bennett ha vinto uno dei suoi mille Grammy a 82 anni. In America ci sono rap, hip pop, c’è l’avanguardia ma si rispetta il passato, la storia».
E lei non potrebbe riprovarci?
«Io? Mi sono ritirato trent’anni fa. Non come Mina che è esagerata, scomparsa totalmente. Io mi limito ai tiggì. Non altro. Poi canto con e per gli amici. Mio papà Orfelio Cesari mi vorrebbe rivedere a Sanremo, lui ha 95 anni e non molla».
Mai più sul palco o quando, quando, quando?
«Quella canzone è immortale. Michael Bublé e Nelly Furtado hanno venduto 7 milioni della cover».
Martedì all’ora di pranzo a Los Angeles collegamento con Sanremo?
«Io sono figlio del festival, siamo tutti figli del festival».
Allora ha ragione papà Orfelio.