Il top manager anti-Tito che vuol salvare Orvieto

La prima domanda che viene spontaneo rivolgere a uno come lui - carrierona manageriale alle spalle, pensione con un numero di zeri sufficienti a dormire sonni più che tranquilli, relazioni e amicizie in tutto il mondo, nonché una bella famiglia su cui poter governare indisturbato in qualità di patriarca - non può che essere «ma chi gliel’ha fatto fare?».
Perché all’alba dei 71 anni Toni Concina, radici friulane che profumano di San Daniele, ma nato a Zara quando quel piccolo paradiso di verde, scogli e mare era ancora un pezzo d’Italia, ha pensato bene di correre da sindaco nella sua città di elezione, Orvieto, dove nel dopoguerra i familiari avevano trovato rifugio all’indomani della loro forzosa fuga dalla Dalmazia. «Via che si va, via che si doveva andare», perché il maresciallo Tito - una stella rossa in fronte e tanto odio nel cuore - proprio non ce li voleva, quegli italiansky come loro.
Non bastasse, lui ha accettato di correre da capolista del centrodestra proprio in una città dove, da sessant’anni, comandano i compagni. «Non vorrei sembrare troppo sentimentale, ma l’ho fatto per affetto», spiega questo ex manager pluri-gallonato delle pubbliche relazioni nel pubblico come nel privato, dall’Iri alla Stet, dalla Telecom alla Rcs, con pezzi importanti di vita e di carriera spesi tra Roma, Londra e New York. «Avevo e ho un debito di riconoscenza nei confronti della città che mi ha accolto come profugo, quand’ero bambino, e che da un anno, dopo aver lasciato Roma, è ridiventata la mia residenza definitiva. Mi considero un uomo né fazioso né schierato, e soprattutto un professionista che a questo punto della vita non deve chiedere più nulla. Piuttosto, ritengo di poter dare io qualcosa a una città che si sta spegnendo per colpa di chi l’ha amministrata fino a ora. Metto a disposizione la mia esperienza e poche, ma chiare, parole d’ordine: Metodo, Ascolto, Rigore e Trasparenza».
La proposta a correre per il Comune, con il mandato di provare a sgretolare questa roccaforte della sinistra, l’ha ricevuta due mesi e mezzo fa da alcuni amici della lista civica Orvieto Libera, ora affiancata sulle schede dal Pdl e (per la serie «a volte rinsaviscono») perfino dall’Udc di Casini. «Sarà un bel laboratorio politico e le premesse che fanno ben sperare ci sono tutte - assicura. - Stando ai sondaggi della Swg, il distacco tra me e la candidata del Pd, Loriana Stella, è passato dai 20 punti percentuali di quando ho accettato la sfida agli appena 3 o 4 attuali».
A dargli la spinta iniziale e a diffondere il necessario entusiasmo negli orvietani moderati, ci ha pensato Renato Brunetta, che giorni fa, davanti a una platea imprevista e imprevedibile in una città rossa, ha affermato come i concetti di destra, centrodestra o sinistra non contino più, perché chiunque governi da 60 anni non può che aver prodotto un regime. «Queste elezioni - ha ringhiato agli orvietani il ministro - devono essere il certificato di morte delle anime morte». Una «cosina» leggera, una delle sue. Ma era quello che ci voleva, perché è venuta giù la sala.
«Di certo ci tengo molto, a vincere. Direi che sono diviso al 50% e 50% tra questo obiettivo e quello di battere in casa la sinistra». E a questo punto comincia anche a sperarci. Vuoi per il già ricordato trend positivo dei sondaggi; vuoi per gli appoggi che gli sono venuti da vecchi amici come Gianni Alemanno, Christian De Sica e Cesare Romiti, accorsi a Orvieto per dargli pubblicamente una mano; vuoi infine per un Pd locale che arriva alle urne spaccato dopo le primarie che hanno visto il sindaco in carica Stefano Mocio uscire trombato dal confronto-scontro con la collega di partito Loriana Stella. Una paciosa signora cinquantenne che a questo ex manager internazionale può contrapporre un curriculum consistente perlopiù in una lunga militanza di partito.
«Di certo la persona più colpita dalla mia scelta - scherza Concina - è stata mia moglie Susanna. Sperava per sé più tempo da dedicare alle rose e per me quello da riservare alla mia passione, il pianoforte. Vorrà dire che se va bene suonerò un’altra musica».