«Topi, micidiali trasmettitori di malattie»

Nessuno sa quanti ce ne siano, nelle fogne di Roma. Forse due per abitante, come a New York, o forse di più. Da almeno 20 anni manca uno studio nella Capitale. Ma i ratti delle chiaviche - avvertono alcuni esperti - sono in aumento. Almeno a giudicare dalla crescita esponenziale di ditte di derattizzazione. Ditte che non sempre utilizzano i topicidi con rigorosi criteri scientifici. Con la conseguenza che una percentuale crescente di surmolotti sta sviluppando un’immunità ai veleni, che viene lasciata in eredità alle generazioni successive. E il pericolo di contagio, ormai, non riguarda più soltanto gli operai addetti alle fognature o alle derattizzazioni, gli operatori ecologici, i pescatori, la polizia fluviale e i canottieri. I ratti, infatti, meno timorosi di una volta nei confronti dell’uomo, esplorano nuovi territori da colonizzare. Ed è sempre più frequente trovarsi in casa un topo di fogna, risalito su per le canalette dell’acqua o dell’elettricità. Oppure fuoriuscito dai wc: un incubo non più limitato all’estate, ma - avvertono gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità - ormai esteso anche all’inverno. Altissimi i rischi sanitari. I ratti possono trasmettere all’uomo una sfilza di malattie virali, batteriche, da Rickettsie e da protozoi, come la rabbia, la leptospirosi, la peste, il tifo, la toxoplasmosi e la leishmaniosi. Eppure, a Roma, da decenni non c’è alcun programma di derattizzazione, come quello che a Budapest, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, ridusse l’infestazione di ratti dal 33 per cento allo 0,5. «Attualmente, la situazione sfugge a ogni controllo», considera amaramente Mauro Cristaldi, del dipartimento di Biologia animale e dell’uomo, all’Università La Sapienza. Nessuno ha la più pallida idea di quanti siano i ratti nella Capitale. Gli esperti non sono in grado di fornire stime, pure approssimative, sul numero di questi roditori. «Ma se sul mercato operano decine, se non centinaia, di ditte, deputate alla derattizzazione, significa che questa disinfestazione non va a buon fine», suggerisce Luisa Anna Ieradi, dell’Istituto Studi Ecosistemi del Cnr. Come dire che, se cresce la richiesta di interventi di derattizzazione, è perché il numero dei surmolotti è in crescita. Sì, ma dove? Con certezza - dicono gli esperti - si può affermare che il Tevere fa da chiave di origine per le colonie di ratti, perché questi roditori prediligono i corsi d’acqua. E che focolai di riproduzione si trovano nelle zone dei mercati, per la maggior presenza di immondizia, e nei quartieri dove si concentrano ristoranti e pizzerie, come San Lorenzo e Trastevere. «Il numero dei ratti - sottolinea Enrico Alleva, del Dipartimento di Biologia cellulare e neuroscienze dell’Istituto superiore di sanità - è proporzionale alla quantità di immondizia dispersa nell’ambiente. Se non trovano da mangiare, le femmine di surmolotto non fanno figli». Gli ultimi studi sul campo a Roma, d’altra parte, risalgono agli ultimi decenni del secolo scorso e riguardano aree circoscritte, studiate da singoli esperti. E ne risultava, a esempio, che tra il 1981 e il 1995, tutte e tre le specie di roditori più dannosi per l’uomo (il topo domestico, il ratto delle chiaviche e il ratto dei tetti) infestavano zone periferiche e centrali: il Borghetto Flaminio, alle pendici di Villa Strohl-Fern; la borgata di Casale Rocchi, in un’ansa del tratto urbano dell’Aniene; Grottarossa, in località Due Ponti-Tevere; l’area tiberina del quartiere Magliana, davanti all’autostrada Fiumicino-Roma; la valle dell’Inferno, attuale parco urbano del Pineto; Villa Pamphilj e il Parco della Caffarella. Un’indagine effettuata tra il 1990 e il 1992 a Trastevere, tra l’altro, rivelava che oltre l’86 per cento del quartiere era afflitto da infestazioni da topi di livello alto o medio alto. Il maggior numero di surmolotti si trovava in via della Lungara e dintorni, tra piazza Trilussa e piazza Santa Maria in Trastevere, in via Garibaldi, a piazza San Cosimato, all’Isola Tiberina e sui lungotevere, in via della Lungaretta, in via dei Vascellari e in via Jandolo, fino a piazza di Porta Portese. Da allora, purtroppo, la situazione non dovrebbe essere migliorata di molto, anche in caso di derattizzazioni intense e ripetute. Infatti, la stessa indagine rivelava che le aree più infestate erano proprio quelle dove in precedenza erano stati sparsi veleni per topi in maggior quantità. Sembra un controsenso, ma una spiegazione c’è. Anzi, due. La prima è data dall’estrema prolificità del ratto. Una sola coppia di ratti delle chiaviche, infatti, può (teoricamente) dare origine a 15 mila discendenti in un anno. Anche se, in realtà, ne nascono meno e di questi molti finiscono schiacciati dalle automobili o catturati dai predatori, molti sopravvivono e vanno subito ad occupare il posto dei topi uccisi dagli anticoagulanti. La seconda causa, collegata alla prima, è che alcuni topi sono geneticamente immuni e sviluppano una resistenza ai topicidi e, indirettamente, trasmettono tale immunità ai piccoli. «Un buon 90 per cento della popolazione di topo domestico (e una percentuale minore di ratti) è ormai resistente agli anticoagulanti, che provocano la morte per emorragie interne», rivela Cristaldi. «Per cui, si può quasi dire che spargere i rodontocidi è come dare loro da mangiare». Soluzioni? In alcuni casi, per eliminare i topi da certi ambienti, come quelli scolastici, funzionano meglio le colle o le classiche trappole a gabbietta. E dall’Istituto superiore di sanità, giunge un suggerimento di lotta biologica ai topi: «I gufi e gli allocchi - fa notare Alleva - sono dei grandissimi cacciatori di ratti. Quindi, se il Comune sistemasse delle cassette per i nidi di questi rapaci notturni sui tetti o sui lampioni, condurrebbe una lotta biologica contro i ratti, senza il rischio di generare resistenza agli anticoagulanti e senza il pericolo di uccidere animali domestici o, indirettamente, i predatori dei roditori avvelenati, che, prima di morire, escono all’aperto dalle fogne, e diventano facili prede».