Topo di biblioteca? No, Diabolik E ruba cinquemila volumi rari

Prendeva il prestito dei libri che non restituiva mai. Così un milanese si è fatto in garage una collezione da re

Follie di carta,crimini di inchiostro. Per un libro ci si può giocare un patrimonio, vivere un'esistenza devastata dai debiti e dai sensi di colpa, si può perdere amici, moglie e lavoro. E si può rubare. O uccidere. Uno dei casi più famosi riguarda Johann Georg Tinius, un ecclesiastico che nella Sassonia delXIX secolo compì numerosi omicidi per impadronirsi del denaro necessario a comprare nuovi libri. Scoperto nel 1813, fu condannato a 12 anni di prigione. La sua storia, nel 1994, ispirò allo scrittore Klaas Huizing il racconto Il bevitore di libri, concedendogli fama immortale.

Rispetto a un crimine del genere, il furto è il minore dei mali. Del resto, di fronte a una patologia come la «libridine» poco si può fare. La chiamano a gentle madness, un'elegante pazzia. La «bibliofilia » - destinata spesso a tramutarsi nella più pericolosa «bibliomania» - è una malattia che non conosce rimedi né cure. Anzi: accresce e peggiora con l'aumentare dell'oggetto stesso della passione.

È l'eterno, maledetto male dei libri che ha colpito - è solo l'ultimo in ordine di tempo, ma certo uno dei più avidi che la storia dei ladri di biblioteca conosca,visto il numero di furti- un uomo di 46 anni, di Caponago, nel milanese, il quale negli ultimi dieci anni ha preso in prestito con documenti falsi in varie biblioteche di Milano oltre 5.000 volumi di particolare valore. Senza mai restituirli. Fino a che il direttore della Sormani, una delle biblioteche più colpite dal «ladro di carte», ha segnalato il caso alla polizia municipale. Dalle indagini è risultato che l'onnivoro lettore - dai gusti molto raffinati, c'è da dire - utilizzava una carta d'identità contraffatta e che in dieci anni di disonesto lavoro si era costruito, a spese dello Stato, una biblioteca personale da far invidia a bibliofili e collezionisti.

Ieri, su disposizione del magistrato, gli agenti hanno perquisito la sua abitazione di Caponago: nel box hanno trovato poco più di 5.000libri, tutti di pregio. «Ora i volumi - ha spiega il vicesindaco di Milano, De Corato - saranno trasferiti in un capannone della Protezione civile per essere via via riconsegnati alle biblioteche defraudate del loro patrimonio». In fondo a Milano è andata meglio che alle centinaia di biblioteche prese di mira da Gilbert Bald, il ladro di mappe più famoso d'America, che "ritagliava" con tecniche di smembramento raffinatissime le carte geografiche più preziose contenute in codici e atlanti antichi: l'Arsenio Lupin della cartografia a metà degli anni Novanta fu arrestato dall'Fbi, ma il suo tesoro finì disperso nelle collezioni private dimezzo mondo.

Ed è recente il caso dell'illustre accademico professor Farhad Hakimzadeh, 60 anni, che in sette anni, nella British Library di Londra, con un taglierino ha asportato illustrazioni, tavole, mappe da una serie di volumi del XV e XVIsecolo per un valore che la cultura non può calcolare ma che il mercato delle stampe antiche stima attorno alle 400mila sterline, più o meno 600mila euro. Lo hanno incastrato con una videocamera.

Cose di oggi, ma ieri era peggio. Il furto libresco ha una tradizione così antica e protagonisti così illustri da nobilitarlo (o quasi). «Per i libri provo un desiderio insaziabile che finora mi è stato impossibile controllare» confessò a un amico il poeta bibliomane Francesco Petrarca in una lettera del 1346. Un impulso che durante il Rinascimento, quandola cultura del collezionismo raggiunse livelli senza precedenti, degenerò in crimine. Giovanni Boccaccio saccheggiò la biblioteca di un monastero pur di mettere le mani su un volume di opere classiche. E Poggio Bracciolini, uno dei bibliofili più famosi della sua epoca, giustificò candidamente un furto in una biblioteca asserendo che «i libri non erano conservati in conformità al loro valore, ma erano tenuti in una disgustosa e buia segreta».

Ci torna in mente quell'elegante senatore bibliofilo che, una sera a cena, raccontò di quando era stato invitato, ormai politico famoso, nel vecchio collegio siciliano dove era stato studente, e i sacerdoti, come si conviene in questi casi, gli avevano riservato la "stanza del vescovo". «Non potevo credere ai miei occhi - ci confessò il senatore -, nella camera c'era una vecchia libreria con alcune cinquecentine, bellissime. E incustodite. Volevo infilarne una in valigia, ma non ce l'ho fatta». «Hai sbagliato - lo rimproverò un amico giornalista altrettanto bibliofilo - lo sai meglio di me: in una situazione del genere, il vero crimine è lasciarlo lì, il libro. Non ti capiterà più un'occasione così». Il senatore finì il sorso di vino. Si passò il tovagliolo sulla bocca e sorrise con un lampo di «libridine» negli occhi. «Tu dici? Mi hanno rinvitato il mese prossimo... ».