Tor Pignattara, il terrorista della porta accanto

Omar Sherif H. Rida

«Ma che devono mettere le bombe in quella casa?»: la paura che si legge negli occhi del bambino in pantaloncini e canottiera mentre rivolge la domanda ai cronisti appostati sotto l’appartamento dove ieri è stato arrestato Osman Hussain, il quarto presunto responsabile degli attentati londinesi del 21 luglio, rappresenta al meglio la tensione che si respira nella Capitale, come se il somalo fosse venuto a far rivivere a Roma gli incubi di Londra e di Sharm el Sheikh, e non a cercare rifugio.
Via Ettore Rota, 39, quartiere di Torpignattara, vicino l’Acquedotto alessandrino, un appartamento al primo piano della palazzina di un elegante complesso, 90 metri quadri, 3 camere, bagno e cucina, un balcone curato, vasi di terracotta con piante grasse: è qui, nell’abitazione del fratello, titolare di un call center in zona stazione Termini anch’egli inizialmente fermato, che intorno alle 17 di ieri gli uomini dei Nocs e della Digos hanno fatto irruzione ponendo fine alla fuga di Hussain e facendo balzare agli onori della cronaca questa area della periferia romana.
«Era un via vai continuo di persone - ci raccontano alcune vicine - fino a tre anni fa qui stava una famiglia, sempre di somali, loro sì che erano brava gente, avevano affittato la casa dalla nipote della proprietaria dell’appartamento, una donna anziana, bionda, morta da qualche anno. «La signora Marcella - interviene una signora con gli occhiali, che abita nell’appartamento vicino, si lamentava sempre per il rumore che proveniva da lì, era così contenta quando l’altro giorno è partita per le ferie». Stefano invece sta al piano di sopra e stava uscendo proprio quando c’è stata l’irruzione. Ricorda di aver visto una volta il fratello di Hussain: «Erano le quattro di notte, stava appena rincasando. Mi sembrava uno tranquillo, basso, carnagione scura, capelli rasati».
Altri inquilini, mentre gli agenti della scientifica perquisiscono l’appartamento affacciandosi ogni tanto al balcone, raccontano che invece da 5 mesi l’uomo sembrava essere l’unico residente «fisso», che usciva di casa tutte le mattine alle 9, poi molte facce diverse, l’ultima quella di Osman Hussain, «una come tante» e che per questo nessuno ricorda.
«Qui siamo in minoranza ormai» si lamenta un altra signora, restituendo il quadro di una zona periferica esempio perfetto del «melting pot», dove pullulano gli internet point, i ristoranti, le attività commerciali gestite da immigrati, che la sera si riuniscono in largo Pettazzoni «a comitive» o con le famiglie», fino a tarda notte, o in via Oreste Salomone, dove ci dicono che anche ieri, dopo la notizia dell’arresto «sostavano nervosamente alcuni immigrati di pelle scura chiamando continuamente dai loro cellulari». Del resto avvisi c’erano stati già nei giorni scorsi, quando gli uomini del Commissariato Preneste avevano perquisito le attività commerciali (tra cui il call center e la macelleria islamica) adiacenti alla moschea di via dei Frassini.