Tor di Quinto, il parco-desolazione simbolo di quindici anni buttati via

Aridatece Luparetta. Per la storia Luparetta, al secolo Antonio Gerace, è stato assessore all’Urbanistica di Roma nei primissimi Anni Novanta (giunta del socialista Franco Carraro). Perché quello che si chiama Parco di Tor di Quinto dovrebbe essere ribattezzato Parco della desolazione. Sulle rive del fiume per chilometri la punteggiatura delle bidonville e delle baracche dei disperati. Chiazze - larghe come piazze - di rifiuti, carcasse di auto, motorini rubati, le cicatrici nere degli incendi appiccati quest’estate e che hanno fatto strazio di olmi e salici. Aridatece Luparetta, appunto.
Parco della desolazione. E della morte. La pista ciclabile è l’emblema dell’insipienza e di quindici anni buttati. Appena passato Ponte Mollo buttavi un occhio sotto il viadotto di Corso Francia e intravedevi qualche nuovo inquilino: tende e baracche le sgomberano ogni un per due ma rispuntano continuamente. Vai avanti altri trecento metri e dai canneti escono figure intabarrate in gonnelloni lunghi e giacche di cuoio: sembra di stare in Bosnia. Tutta brava gente. Sicuro. Ti corre un brivido però tra le scapole e speri di essere già qualche metro più in là.
Il Parco di Tor di Quinto, con il laghetto e la sorgente in mezzo, ha metà degli arbusti secchi, mozziconi di giochi e giostre per bambini. Intorno la rete di recinzione la consueta corona di tende di romeni che si allarga ogni giorno. Qualche centinaio di metri più avanti appena dopo il ponte della Tangenziale il campo nomadi: hanno divelto anche le lastre di travertino dalle strutture del ponte per farsi i pavimenti nelle baracche. Poche centinaia di metri più avanti la bidonville che ha ospitato il massacratore di Giovanna Reggiani. Adesso c’è il via vai delle volanti. Sono arrivate tardi.
Aridatece Luparetta. Furono il famigerato assessore e la giunta Psi-Dc a inserire questo spicchio di Tevere nel sistema di parchi nel 1991. Come «compensazione», per risarcire la parte Nord di Roma delle tante opere pubbliche realizzate per i Mondiali di calcio del 1990: non per far lievitare le cubature dei privati. Come cambiano i tempi. Doveva essere solo l’inizio per salvare quest’area, struggente e preziosa, di centinaia di ettari. Del più vasto Parco del Tevere Nord (doveva arrivare a Poggio Mirteto) si è parlato nel programma dei parchi della Regione, 1987. Avrebbe dovuto essere un grande polmone per tutta Roma Nord e l’hinterland (Labaro, Prima Porta). Poi solo parole e degrado. E nel degrado sono proliferate le baraccopoli. La recinzione della fornace Mariani (splendido esempio di archeologia industriale) - siamo a Castel Giubileo - rifatta due settimane fa è già divelta. Di fronte nell’ex deposito giudiziario un altro insediamento di clandestini, con tanti bambini che vivono nel fango. Aridatece Luparetta. E che ci facciano rimpiangere Gerace e lo Squalo, la dice lunga.
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