La torcia non si ferma Oggi a San Francisco

Il presidente del Cio, Jacques Rogge: "Nessuna tappa cancellata, ma il percorso potrebbe cambiare". Entro venerdì la decisione. Battaglia in vista nella città Usa

La fotografia migliore l’ha scattata il messicano Mario Vazquez Rana, che è membro del Cio e presidente dell’Associazione dei Comitati olimpici. Non si sa se volesse fare lo spiritoso oppure no, ma gli è venuta bene lo stesso: «Penso che la staffetta olimpica verrà completata, ma non ci metto la mano sul fuoco...». Istanbul, Londra e Parigi hanno lasciato il segno. Così il Comitato olimpico internazionale adesso ci sta pensando: basta fiaccola in giro per il mondo. Magari non subito, ma domani chissà. Il Cio si riunisce da oggi a venerdì a Pechino ed è l’ultima volta che lo fa prima dell’inizio delle Olimpiadi, l’8 di agosto. Jacques Rogge, il presidente, ha già i nervi a fior di pelle e di stop non ne vuole proprio sentire parlare: «Il percorso della Torcia potrebbe essere modificato, ma è fuori discussione che siano cancellate delle tappe solo per le proteste contro il governo cinese» si è premurato di far sapere in un’intervista al Wall Street Journal. E poi: «Le voci che parlano di tappe da cancellare sono figlie di un equivoco. Anzi, mi rattrista molto che un simbolo che dovrebbe unire le persone sia attaccato in questo modo. Noi rispettiamo la libertà di stampa e di espressione, ma ci aspettiamo anche che chi contesta mantenga un comportamento non violento». Di certo non tutti la pensano come lui. Non sono pochi i delegati che propongono di tornare al passato, basta fiaccolate in giro per il mondo a prendere calci e sputi, da Vancouver 2010 meglio far correre la staffetta solo dentro i confini del Paese che ospita i Giochi. E oggi si faranno sentire. Uno di loro, Kevan Gosper, ha l’aria di chi vuol metterla subito giù dura: «La Torcia deve viaggiare direttamente da Olimpia alla nazione ospitante. Punto. E mi aspetto che il Comitato esecutivo ne discuta». Più chiaro di così.

Oggi intanto la fiaccola è arrivata a San Francisco ed è stata subito nascosta in un luogo segreto. È la sesta tappa del tour mondiale, e l’itinerario previsto, vista l’aria che tira, non è per niente sicuro. Il sindaco, Gavin Newsom, fa l’ottimista, è convinto, beato lui, che non si ripeteranno gli incidenti di Londra e Parigi ma ha dovuto ammettere che il percorso cittadino della staffetta è stato cambiato, più o meno di dieci chilometri: «E non solo: continuerà a cambiare finché la torcia non sarà passata, ma muterà, se necessario, anche durante la staffetta». Sa comunque a cosa va incontro: «Non sono così ingenuo da pensare che il passaggio della fiaccola non sia un evento sentito, diciamo così, molto intensamente da entrambi i contendenti...», cioè sia i contestatori pro Tibet che la comunità cinese locale, che è la più numerosa e importante degli Stati Uniti. Di certo sono previste un paio di manifestazioni, ci saranno Richard Gere, che è seguace del buddhismo tibetano e amico del Dalai Lama, e l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu. In ogni caso gli uomini ragno che ieri l’altro si sono arrampicati sul Golden Gate per srotolare uno striscione a favore del Tibet, non si sono fatti vedere in aeroporto, dove ad accogliere la fiaccola c’erano solo giornalisti, poliziotti e consiglieri comunali. Ma hanno rinnovato la promessa di dar battaglia. Sono studenti di Free Tibet, giurano di non voler intralciare la staffetta, anche se «di certo non siamo in grado di prevedere o di fermare azioni individuali». Cioè non succederà niente. Ma non ci mettono la mano sul fuoco...