Tori Amos, regina del rock fra sensualità e peccato

Questa sera a Villa Erba di Como concerto acustico della star Usa

Antonio Lodetti

Nel sempre più agguerrito mondo del rock al femminile Tori Amos si è ritagliata uno spazio di tutto rispetto, coniugando rock, canzone d’autore e successo. Tori piace, soprattutto ai fan duri e puri, quelli che amano il rock impegnato e senza troppi fronzoli. Fragile e al tempo stesso grintosa, ora selvaggia ora raffinata, a tratti minimalista a tratti cantautrice dalle mille sfumature sonore, torna stasera dalle nostre parti - a Villa Erba di Como - per un concerto acustico del tour Original Sinsuality, il primo giro di concerti, dal 2001, in cui Tori si presenta sul palco sola, accompagnata dal pianoforte e dall’organo.
Il brano (in cui la parola «Sensuality» è trasformata dal «Sin» che significa «peccato») fa parte di The Beekeeper, ultimo cd dell’artista del North Carolina. The Beekeeper è un disco vissuto, fatto di ballate colorite e a tratti immediate (ci sono i ritmi dell’Hammond B3 di Tori e il corposo accompagnamento vocale del London Community Gospel Choir) e dai testi particolarmente ispirati. «È un disco che parla di vita vissuta, che cerca la verità attraverso storie di tutti i giorni - dice la Amos -, in un mondo in cui è sempre più difficile distinguere il vero dal falso, la realtà dall’apparenza».
Superati di slancio i quarant’anni i suoni di Tori Amos sono meno duri e asciutti del solito, il che non significa che si sia convertita a sonorità più morbide o modaiole. Anzi, continua a scavare nei sentimenti cercando di andare sempre più in profondità. Le sue canzoni non sono solo aggressività, sensualità e carica eversiva (chi non ricorda il modo in cui aggredisce il piano, girandosi verso il pubblico a gambe aperte, roteando il bacino e la testa come in una preghiera pagana?) sono un esame di coscienza in cui ci riflettiamo un po’ tutti.
«Dicono che sono trasgressiva - si difende - ma gli americani sono bigotti e hanno grossi problemi col sesso. Io sul palco do tutta me stessa». Non male per la figlia di un pastore battista e di un indiano Cherokee che ha persino studiato al Conservatorio. Ma lei scappa presto dagli studi classici, iniziando a suonare con nel cuore il vigore dei Led Zeppelin e la raffinatezza cantautorale di Joni Mitchell e Kate Bush, cui agli esordi viene spesso paragonata.
Soprattutto per il suo primo album, quel tormentato Little Earthquakes, con brani autobiografici come Me and a Gun (la canzone in cui narra un tentativo di violenza subita quando suonava nei locali minori) che è a tutt’oggi la vetta insuperata del suo percorso artistico.
D’accordo, prima c’erano stati esperimenti come Y Kant Tori Read, un disco vicino all’hard rock (nell’album c’era Matt Sorum, poi nei Cult e nei Guns’n’Roses), ma è Little Earthquakes (con brani come Silent All These Years e Winter) che la portano in testa alle classifiche mondiali. Poi arrivano Under the Pink più riccamente arrangiato; l’introspettivo Boys From Pele mistico e un po’ sperimentale; From the Choirgirl Hotel dai colori forti; il doppio (metà dal vivo metà in studio)To Venus and Back; Strange Little Girls con cover di brani di Neil Young e John Lennon; Scarlet’s Walk, viaggio on the road attraverso l’America per riscoprire le sue radici musicali e umane.
«Ho ricominciato ad apprezzare l’America di provincia per riprendere contatto con la mia terra». I fan più accaniti, sparsi in tutto il mondo, l’hanno seguita e la seguono con fedeltà nelle sue elucubrazioni musicali; anche in Italia ha moltissimi seguaci che amano il suo modo conciso, diretto, impertinente di raccontare e raccontarsi, di emozionarsi ed emozionare.
E lo fa anche con le parole; con la biografia-intervista La danza dell’anima (Piece By Piece) presentata ieri alla Feltrinelli.