Torino dice no a una nuova moschea (e ai predicatori fai-da-te che intascano soldi)

Che un Mario qualsiasi stringa la mano a un generico Mohammed, nel gran calderone razziale e religioso dell’Italia d’oggi non costituirebbe di per sé una gran notizia. Ma se il Mario è il ruvido esponente leghista piemontese Borghezio e il Mohammed fa di cognome Lamsuni, senz’altro professore, ma innanzitutto insigne esponente della comunità marocchina torinese, be’... qualcosa di più di due colonne in cronaca quella storica quanto spiazzante stretta di mano indubbiamente la merita.
Soprattutto se si va a verificare da vicino, nello specifico, che cosa quella stretta abbia sancito. Ovvero un maiuscolo «No», un sonoro «gran rifiuto», un forte e chiaro «vade retro» al progetto di costruzione di una nuova grande moschea a Torino. Finanziata, quel che è peggio, con i soldi - tanti soldi, si parla di 2,5 milioni di euro - in arrivo in buona parte da un governo straniero, quello del Marocco. Con quel che ne potrebbe conseguire in termini di pretese, diktat e imam paracadutati in loco.
Soldi che hanno così finito per suscitare il comprensibile allarme e il legittimo sospetto sia nella Lega - il che non sorprende - sia in quell’Islam moderato che esiste e che in Italia ha trovato lavoro, dignità e soprattutto libertà. Valori che questa gente, adesso, intende difendere. Anche e soprattutto dalla pelosa ipocrisia di chi racconta in giro di voler agire nel loro interesse.
Ma il privilegio del dubbio è laico e soprattutto non è né stupido né cieco. Va a finire così - a raccontarla quasi non ci si crede - che il verde del Sole delle alpi, proprio lo stesso del cravattone extralarge di Umberto Bossi e dell’immancabile pochette di Roberto Maroni, finisca quasi per confondersi con quello che da segno distintivo dell’antica tribù di Maometto è nel tempo divenuto bandiera - o parte di bandiera - di tanti Paesi di quel pezzo di mondo dove anziché venerare il Senatùr si prega il Profeta.
C’è tuttavia preghiera e preghiera. Ed è stata una lettera, scritta da un tale Benassereddine, autodefinitosi «cittadino musulmano che vive a Torino» e pubblicata ieri sul quotidiano leghista La Padania, ad accendere una pacifica miccia. «Ho contatti con tutte le moschee di Torino e le frequento per avere un imam che mi guidi nella mia vita di fede, ma purtroppo le prediche sono rivolte contro i cristiani. Per esempio il vostro Papa viene additato come il capo dei demoni», scrive Benassereddine che poi aggiunge come «purtroppo nelle preghiere del venerdì e nelle serate del sabato e domenica invece di trovare pace e serenità sento solo parole di odio per le altre culture, inni allo Jihad, raccolte di fondi per Hamas».
Questo neo-torinese che prega a piedi scalzi parla poi con disprezzo di certi «imam fai-da-te» che lo fanno vergognare quando prendono parte a tavole rotonde dove si dovrebbe discutere di pace e integrazione. Mentre invece, a suo dire, «come tanti sanno meglio di me, questi imam si arricchiscono con le raccolte di fondi nelle moschee e attraverso associazioni benefiche». Raccolte che «invece di arrivare ai poveri e ai malati in Africa, finiscono nelle loro tasche». O in quelle del terrorismo internazionale.
Senza procedere oltre, ce n’era insomma d’avanzo perché Borghezio e Lamsuni, oltre al capogruppo del Carroccio al consiglio provinciale torinese Arturo Calligaro e all’ex membro della locale Consulta per gli stranieri Mustafà Kobba, decidessero di far fronte comune contro un progetto per il quale sarebbero tra l’altro in arrivo, oltre ai soldi dal Marocco, anche finanziamenti da parte di Regione Piemonte, Comune e Provincia. Sede della ventilata moschea dovrebbe essere un grigio e triste stabile ex industriale in via Urbino, dietro la Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, in una zona ad alta densità di immigrazione.
Lamsuni ha puntato il dito in particolare contro il pericolo rappresentato da quei soldi in arrivo dal Marocco. «Trovo profondamente sbagliato che un Paese straniero finanzi direttamente una moschea perché poi questo Paese impone i propri imam e la propria politica. Di queste cose scrivevo già dieci anni fa, ma oggi che la prospettiva si fa concreta, nessuno sembra intenzionato ad ascoltarmi, soprattutto a sinistra», ha stigmatizzato il professore durante l’incontro svoltosi nella sede della Lega Nord Piemont. Aggiungendo che «noi viviamo a Torino e non a Rabat ed è quindi giusto che gli imam si formino in Italia, parlino italiano e rispondano alle comunità islamiche italiane» e mettendo in guardia da «troppi strani giri di denaro intorno ad alcuni centri islamici».
Un grande assist per Borghezio, capodelegazione al Parlamento europeo, che riferendosi grato «all’amico Mohammed», ha invitato a «pensare tutti noi su quanto possa nascondersi dietro apparenti finanziamenti innocenti», ricordando come da una serie di studi fatti a Bruxelles sia emerso come la raccolta di fondi tra gli islamici, mascherata da scopi religiosi, sia invece spesso «strumento di riciclaggio e di finanziamento di attività terroristiche».
Un allarme, va ricordato, fatto proprio nel 2007 anche dal ministro della Giustizia dell’epoca, Giuliano Amato, che definì «inaccettabile la diffusione delle moschee con soldi che arrivano dall’estero. C’è qualcosa che non mi piace, voglio capire chi finanzia che cosa», sostenne Amato negli stessi giorni in cui il gip di Milano Guido Salvini paventava che enti caritatevoli islamici «possono fungere da collettori, magari anche inconsapevolmente, di somme destinate a fini ben diversi, e divenire stazioni di transito e di sosta di denaro che finisce nelle mani di gruppi che esaltano e mettono in pratica l’ideologia jihadista».