Torino e Roma si svegliano, Milano dorme

In attesa dell’apertura dei nuovi musei della Capitale, a Rivoli in
Piemonte vanno alla direzione due giovani attenti anche al mercato: da
loro ci si attende una scossa. E la città lombarda è sempre più fuori
dai giochi

Promessa mantenuta. Entro Natale, lo aveva dichiarato Giovanni Minoli al momento della sua nomina a presidente, il Castello di Rivoli avrebbe avuto il nuovo direttore. Nessuno però immaginava che la più importante e scomoda poltrona dell’arte contemporanea in Italia si dividesse in due. Al candidato strafavorito della vigilia, imposto dall’assessore regionale Gianni Oliva peraltro in scadenza di mandato, è stato così affiancato l’outsider dell’ultima ora. Entrambi però sono stati scelti nel segno della gioventù, e presumibilmente romperanno con il vecchio schema dell’eterna gestione Annibaldi-Gianelli.

Andrea Bellini e Jens Hoffmann sono dunque i nuovi direttori a Rivoli, una moda, questa della coppia, collaudata con successo a Venezia per il Padiglione Italia. Bellini (nato nel 1971) non ha un gran curriculum da curatore, ma è pragmatico e conoscitore del mercato, virtù che manca alla maggior parte dei critici (e che per questo gli verrà rinfacciata). Già editor di Flash Art a New York, ha rilanciato l’imbolsita fiera torinese Artissima trasformandola in un festival della creatività a 360 gradi e includendo accanto all’arte la musica, il teatro, il fumetto, la performance. Proprio la vicinanza agli affari e la poca esperienza museale sembravano ostacoli insormontabili alla sua nomina. Invece, i pregiudizi dell’ampio partito trasversale a lui ostile, da Bonito Oliva all’ex direttrice del Castello Carolyn Christov-Bakargiev, è stato messo a tacere.

Jens Hoffmann è un tipico risultato della globalizzazione. Nato in Costarica (1974), berlinese d’adozione e autentico giramondo. Direttore del Wattis Institute di San Francisco, e prima ancora dell’Ica di Londra, coinvolto in numerose biennali, critico e saggista, rappresenta il lato intellettuale del duo. Se Bellini sarà il braccio, a Hoffmann è affidato il ruolo della mente, e dunque non dovrebbero esserci problemi tra loro. Vacanze già finite: prenderanno servizio il 1° gennaio prossimo.

Ma quale sarà il futuro del Castello di Rivoli? Visto oggi sembra infatti un museo agonizzante, pressoché ucciso da una conduzione élitaria che non si è mai preoccupata di fare pubblico e di operare a contatto con la realtà cittadina. Per uno spazio costosissimo da mantenere i numeri sono davvero imbarazzanti: dei centomila scarsi visitatori l’anno, la maggior parte sono bambini, grazie all’ottimo lavoro della didattica. Tralasciando le difficoltà di accesso al luogo, la comunicazione blanda, la lunghezza assurda di mostre noiose o poco stimolanti, il nodo dell’insuccesso di Rivoli sta nell’assenza di alcun tipo di produzione originale. Per diciotto anni l’ex direttrice Ida Gianelli è rimasta saldamente arroccata alla poltrona infilandosi nel circuito di mostre itineranti senza mai chiedersi di che cosa la cultura italiana e torinese avesse davvero bisogno. Rispetto alla sua concezione, addirittura il Museo Egizio risulta più contemporaneo: mai un dibattito, uno scontro, una scintilla creativa, una polemica, una sorpresa, sempre solo l’establishment e il basso profilo che a questo punto anche i compassati torinesi hanno a noia.

Vent’anni fa il Castello di Rivoli era il primo e più importante museo d’arte contemporanea in Italia, oggi è una patata bollente di difficile gestione, in crisi d’identità e sulla strada di un irreversibile declino. A meno che non accada qualcosa di nuovo. Realtà come il Mart di Rovereto e il Mambo di Bologna risultano ben più duttili e dinamiche, aspettando la rivoluzione romana prevista per la prossima primavera. Apriranno infatti nel 2010 il MAXXI e il MACRO, ovvero il primo museo di Stato dedicato al contemporaneo, di cui è già stato consegnato il cantiere da Zaha Hadid anche se non si sa chi sarà il vero direttore, e la nuova sede espositiva del museo comunale progettato da un’altra archistar, la francese Odile Decq, sotto la direzione di Luca Massimo Barbero, ex Guggenheim di Venezia.
Quando le due nuove strutture saranno inaugurate l’asse del contemporaneo si sposterà definitivamente da Torino a Roma, saltando come al solito Milano, cui bastano le mostre temporanee e l’attività delle gallerie, essendo venute meno anche le fondazioni legate alla moda. A Roma sarà dunque più facile visitare i nuovi musei nel cuore della città senza doversi inerpicare sulla cima di un Castello fantasma.

Chi contesta i giovani dovrebbe rendersi conto che molto spesso le nuove generazioni vengono chiamate a rimediare agli errori degli altri. Bellini e Hoffmann hanno l’ingrato ma stimolante compito di rimettere in piedi un mausoleo più che un museo, dopo un ventennio inutile ai fini della storia. Curioso che il tentato omicidio, di Rivoli e Venezia, porti la stessa firma: Arte povera, sistema dei musei, fondazioni bancarie, collezionismo d’élite hanno tentato di uccidere l’arte contemporanea in Italia. Per fortuna senza riuscirci, se è vero che la Biennale di Venezia 2009 è stata la mostra più visitata dell’anno, con circa 400mila persone e un più 20 per cento rispetto al 2007.
Quando Hoffmann era curatore all’Ica di Londra la sua programmazione intrigava e creava curiosità. Bellini conosce i meccanismi e i trucchi di costruzione di un evento. Entrambi sono «critici metropolitani», attenti a cogliere l’energia della città. A Rivoli, in aperta campagna, non sarà facile. Il malato è grave. O si riprende in fretta, o tocca lasciarlo andare.