Torino e il Settecento Splendore di un Grand Siècle

Torino, via Po 55. Un edificio del Seicento, progettato da Amedeo di Castellamonte. Sali una rampa di scale e ti trovi dentro ad una magnifica dimora rococò. Sei dentro il Museo di Arti Decorative della Fondazione Pietro Accorsi, inaugurato alla fine del 1999 nella casa dell’antiquario di fama internazionale Pietro Accorsi, scomparso nel 1982. Un torinese di razza, nato nel 1891, interessato a tutta l’arte ma che per il Settecento aveva un debole.
Nella sua appassionata ricerca di oggetti preziosi, si era procurato dipinti di Hans Memling e Rogier Van der Weyden, di Defendente Ferrari e Barnaba da Modena. Nel 1935, con l’appoggio di Umberto di Savoia, principe di Piemonte, aveva acquistato la collezione Trivulzio, rimasta poi a Milano per volere di Mussolini. Ma aveva ottenuto in cambio, per Torino, il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina e la seconda parte delle Très belles heures del duca di Berry, miniate da Jan Van Eyck, appartenuto ad un codice della Biblioteca Reale di Torino, perduto in un incendio. Ma per la sua casa sulla collina torinese, trasferita poi in via Po, aveva voluto un arredamento settecentesco. Ventisette sale scintillanti di mobili, tappeti, oggetti preziosi. Spettacolari cristalli della manifattura di Baccarat, argenterie, porcellane di Meissen e Frankenthal, una suggestiva Madonna delle nevi del tardo Quattrocento, scolpita in legno policromo, ci accolgono all’inizio. Poi le sale, il Salone Luigi XV, con arazzi, mappamondi, sedie del tempo, la camera da letto di Accorsi con baldacchino, divano, lampadari, scrittoio, il salottino Luigi XVI. E, qua e là, mobili di prestigio, rari o unici, come il doppio corpo a ribalta di Pietro Piffetti del 1738, il tavolino intarsiato dello stesso autore, vari cassettoni piemontesi, cineseggianti, veneziani. Quadri con scene di caccia di Cignaroli ed altri maestri dell’epoca. Una cucina con una batteria di padelle del Seicento.
Insomma, se qualcuno volesse calarsi in un’altra epoca, vada là e ci si ritroverà subito. Ma il bello è che il Museo Accorsi non offre solo il suo suggestivo arredo: accoglie di volta in volta piccole e raffinate mostre in linea con la cultura della sua epoca. Sino a maggio è in corso «L’incantesimo dei sensi», una rassegna di nature morte concesse permanentemente al museo da un collezionista privato. Venticinque dipinti di pittori del Seicento specialisti del settore come Fede Galizia, Panfilo Nuvolone, Bartolomeo Cavarozzi, il Maestro della Natura morta Acquavella ed altri. A cimentarsi col sottile e difficile soggetto è Alberto Cottino, direttore del museo e curatore della mostra, fornita di un catalogo (Omega Arte), che oltre ad aver inserito con notevole senso estetico i quadri nella dimora, li ha studiati a fondo, scoprendo gli interventi di uno o più artisti nella stessa opera. Ci sono inediti, come quel capolavoro di Giovan Battista Ruoppolo in cui una cascata di grappoli d’uva cade su meloni, angurie, melagrane, fichi e cotogne sullo sfondo di un paesaggio, o l’Alzata con cristalli e dolciumi di Pier Francesco Cittadini.