Il Torino Festival dice no alla Cruz

Una diva planetaria che ce la ha tutte - è bella, ha vinto l’Oscar, si porta dietro un marito come Javier Bardem - s’insedia a Torino per cinque settimane, ma il Torino Film Festival le nega il tappeto rosso, preferendole come madrina Laura Morante, musa di Nanni Moretti.
Eppure Penelope Cruz, neomamma di Leo (9 mesi) da ieri insediata in un villone savoiardo in Strada San Vito, con tate e servitù come da codice hollywoodiano, alla kermesse sabauda costava più o meno zero: la musa di Almodovàr, infatti, da oggi è sul set piemontese di Venuto al mondo, film drammatico di Sergio Castellitto in cui «Pé» sarà Gemma, donna passionale e disperata sullo sfondo di Sarajevo. E l’attivissima Piemonte Film Commission già si fregava le mani, prevedendo la eco mondiale d’una passerella di lei al Regio, all’inaugurazione del 25. Ma è arrivato un «niet» a guastare la festa: Gianni Amelio, impegnato direttore del Torino Film Festival, guarda a Berlino e a Rotterdam (roba seria), mica a Roma o a Venezia, con i loro dannati red carpet.
«Non c’è stato gran calore da parte del Torino Film Festival, per averla. Eppure, si poteva fare una cosa utile al sistema cinema: accidenti, la Cruz ha vinto l’Oscar! Escluderla è di un provincialismo micidiale», riflette Steve Della Casa, anima della Piemonte Film Commission e profondo conoscitore dell’animus di Amelio. Incredulo Michele Coppola, assessore regionale alla Cultura, che vede nel TFF una macchina da guerra: l’anno scorso, 17.651 i biglietti venduti. «Il problema principale è Gianni Amelio. Sono dispiaciuto e stupito: c’è una coincidenza di date, visto che la Cruz si ferma a Torino per molto tempo, né c’è da pagarla. Pure nell’ultima audizione in Commissione Cultura, musi lunghi, mugugni, quella modalità poco esplicita per significare che la Cruz rappresenta un modello di cinema poco consono alla “sobrietà” del festival. Eppure, Torino poteva essere protagonista. Questo è autolesionismo!», s’accora il manager. Sarà che la capitale sabauda invoglia al grigiore, sarà che la crisi rende più mesti, ma nella scia di Amelio s’inserisce pure Maurizio Braccialarghe, assessore alla Cultura di Torino e fassiniano di ferro. «Il divismo non è il nostro genere, non è la nostra specialità. Noi siamo l’arrosto, è inutile rincorrere il fumo colorato dei lustrini», dichiara il funzionario Rai (col doppio incarico). No, Penelope non andrà alla guerra, né tesserà la tela, aspettando una convocazione, che non arriva per statuto. Alla star, che ama l’Italia al punto di dichiararsi «italiana nel cuore», è bastato sfilare all'Auditorium, in occasione del festival di Roma, dove ha girato per tre settimane, guardata a vista dalle guardie del corpo, rincorsa dai paparazzi.
E qui casca l’asino: a Gianni Amelio la sfilata quirite non sarebbe proprio andata giù. E mentre Napolitano e Monti invocano l’unità nazionale, mentre una meteora passa nel cielo buio del cinema italiano, c’è chi dice no. Per ripicca. Perché a sinistra stelle e abiti da sera danno noia: più rigore, compagni.