Torino più emozionante? Negli sperperi

di Cristiano Gatti

Ma da che pulpito. Proprio noi, che avremmo tante ottime ragioni per stare zitti e buoni, siamo in prima fila con le stroncature dei Giochi di Vancouver. Sembra diventato il nuovo gioco di società, molto chic e molto snob. Al grido «questi Giochi non acchiappano», ci scateniamo in sarcasmo e disprezzo. Persino la disgrazia della prima giornata, la morte del povero slittinista ignoto, viene prontamente utilizzata per tirare tutte le nostre saccenti conclusioni: i canadesi sono disorganizzati, sono ottusi, sono legnosi, non sanno che cos’è lo spettacolo e non sanno che cos’è il divertimento. Sprovveduti e impiastri. Dilettanti allo sbaraglio. Difatti, questi Giochi non li sta guardando nessuno...
Proprio un signor ragionamento. Siamo orgogliosissimi di queste conclusioni. A sottendere la perfida operazione c’è un obiettivo smaccato: proporre il confronto con i Giochi di Torino 2006 e farli risaltare di luce eccelsa. Non a caso, una delle più spietate killer di Vancouver è proprio Evelina Christillin, definita a suo tempo signora dei Giochi torinesi, visto che ne era l’anima e ne curava l’immagine, sfruttando soprattutto il servilismo e la piaggeria di buona parte della stampa nazionale.
Forte dei suoi appoggi e delle sue frequentazioni, la dama bianca si è sempre presentata come il genio del grande rinascimento sabaudo legato al bob e alle pentole del curling. Dall’alto della sua esperienza, in questi giorni si sente in obbligo di bollare questi Giochi come «Olimpiadi sfortunate». In più - cito dalle agenzie - «non emozionano per niente». Per arrivare infine a quello che più le preme: il confronto. Partenza molto cortese, alla bagnacauda: «Fare paragoni con i nostri Giochi, da torinese, è abbastanza antipatico», premette la signora. Comunque questa premessa non la ferma: «Ho molti amici a Vancouver, sono tutti delusi: dai trasporti alle riprese televisive del broadcasting, sembra siano parecchie le cose che non funzionano. I canadesi sono ottimi organizzatori, ma forse non erano abbastanza allenati agli imprevisti. Così, la differenza con Torino c’è e si vede...».
Cara signora, noi che siamo allenati agli imprevisti, comunque non ci siamo ancora ripresi da quelli che ha lasciato in eredità il suo spettabile comitato organizzatore. Chiedere ai suoi concittadini, soprattutto a quelli che non sanno più cosa fare dei vostri impianti faraonici e megalomani, sopravvissuti all’ubriacatura olimpica del 2006 e inutilizzati fino alla rovina. Forse lei, al contrario degli impiastri canadesi, si è rivelata imbattibile nel broadcasting, ma i dati che le sopravvivono sono ineccepibili. Dal Sole 24 ore, in occasione della gara d’asta per trovare qualcuno disposto ad accollarsi il cosiddetto «Parcolimpico»: «Servono 2,1 milioni per il 70 per cento di Parcolimpico, ma bisognerà poi sborsarne subito 60 per gli interventi di manutenzione e riparazione degli impianti (cifra “indicativa”), e altri 4,5 milioni per coprire il buco della gestione 2008...».
Questo, per dire il capolavoro. In altre parole: il simpatico sogno olimpico, che per un paio di settimane fece straparlare di magica rinascita dell’intero Piemonte (il gruppo Christillin non risparmia neppure sull’iperbole), in realtà si è chiuso con un buco imbarazzante. Che quanto meno dovrebbe indurre al pudore e a un doveroso silenzio. Invece no: ancora abbiamo il coraggio di parlare. Di dare dei noiosi e dei mortaccioni ai canadesi, che non sanno «emozionare per niente». Signora, stia buona: sapesse l’emozione di noi italiani nel leggere certi conti. Basta chiedere al sottosegretario Pescante, a suo tempo precipitosamente inviato sul posto dal governo per vedere come diavolo finisse in fumo una tale quantità di denaro pubblico. Queste, più delle fioriere in piazza San Carlo, sono le emozioni che restano. Questi, più dei concerti di mezzanotte, i ricordi struggenti. Ripensando a quanti soldi impegnati e a quanti debiti rimasti, ancora oggi scendono lacrime.
La verità è che dovremmo piantarla di considerare l’Italia l’ombelico del mondo. È vero, in Italia questi Giochi non stanno scatenando il delirio collettivo. Ma ci sono ragioni tutte nostre. Primo: là si gareggia quando qui la gente va a dormire, perché il giorno dopo mediamente lavora e studia. Secondo: non stiamo vincendo un tubo. Il che, in una nazione malata perennemente di tifo, pronta a gettarsi nelle fontane anche per una vittoria di ping-pong, conta moltissimo.
Vediamo di moderare il nostro egocentrismo: se non li guardiamo noi, non è il segno che i Giochi canadesi siano inguardabili. Se poi, cara signora delle nevi, i suoi amici che stanno a Vancouver sono «così delusi», veda di darsi da fare. Gliene organizzi un’altra edizione lei, come piace a voi. Magari, stavolta, con i soldi suoi.