Il tormentato Richard Gere spinge la Binoche alla follia

Le vie dell’amore sono infinite. Dal gelo di un rapporto famigliare formalmente corretto ma soffocato dall’incomunicabilità ogni componente della famiglia Naumann raggiunge un grado di intolleranza che implode fino alla follia. Un tema convenzionale «nobilitato» dallo snobismo della sceneggiatura. L’undicenne Eliza (Flora Cross) è una campionessa dello Spelling Bee, un esercizio inesplicabile per chi non conosca l’inglese, la cui pronuncia è una trappola per chiunque voglia appunto farne lo spelling. Negli States ogni anno se ne svolge una competizione nazionale. L’ossessione del padre di Eliza (Richard Gere), insegnante di materie religiose, si trasferisce nella figlia, perché «quelle lettere sarebbero state la sua guida e come i mistici dell’antichità Dio sarebbe passato attraverso lei». Il fratello di Eliza, Aaron (Max Minghella), si sente trascurato, la madre (Juliette Binoche), assiste a quella discesa verso la follia fino ad esserne preda. Un bel quadretto, aggravato dal desiderio di trasformare l’eccentricità in un valore e il misticismo in un viatico per un racconto nobile. Gelido in ogni sua parte, Parole d’amore simula intelligenza e non giunge mai al cuore.

PAROLE D’AMORE (Usa, 2005) Regia di Scott McGehee e David Siegel, con Richard Gere, Juliette Binoche. 105 minuti