TORMENTONI I cloni di Dan Brown non finiscono mai

Si moltiplicano gli epigoni di un genere che continua a far vendere copie ma tra misteri religiosi e poteri occulti la qualità dei testi è spesso un optional

Sono tanti tantissimi, perché in editoria arrivare secondi, terzi, o persino centesimi, quando un filone letterario tira, è sempre meglio che percorrere rotte ignote. Rotte che faranno, magari, letteratura alta, ma possono essere costellate da secche di vendita e costano lo sforzo della fantasia creativa. Così gli epigoni, per non dire copioni, del maggior successo di vendita degli ultimi anni si riproducono, a ritmi da cellule tumorali.
Di cosa stiamo parlando? Degli emuli di Dan Brown che sognano di riuscire a clonare la miscela alchemica che ha trasformato Il Codice da Vinci in una pietra filosofale da quaranta milioni di copie. Censirli tutti sarebbe impossibile ma val la pena trascegliere, in tanta schiera, le ultime uscite per raccontarne pregi e difetti. Perché quello «codicedavinciano» è un vero e proprio genere con dettami precisi: un mistero che cambia la storia del mondo, meglio ancora se a sfondo religioso, un detective che bazzica gli archivi, i cattivi (o i buonissimi) che sono sempre affiliati in antichissimo potere occulto.
E, come in ogni genere, a prescindere dai (tanti) limiti che gli sono propri, esistono la pula e il grano. Beh, magari la segale...
Ad esempio Lo Strappo (Antonio Forcellino e Brunella Schisa, Fanucci, pagg. 359, euro 17,50) è un romanzo che si lascia leggere, rispetta le aspettative di chi vuole un giallone in salsa bizantina. C’è un misterioso affresco nascosto in una grotta, dalle parti di Olevano, che fa fare una brutta fine a chiunque gli si avvicini, compreso il direttore del «Paul Getty Museum». Tutto perché in quel segreto romitaggio è rappresentato il monaco Bernardo, in compagnia religiosa un po’ troppo ecumenica, e da lì si può risalire alle tracce di una misteriosa pergamena che la dice lunga sull’eterna contrapposizione tra Occidente e Oriente. La trama, insomma, che occhieggia ai mondialismi di sinistra, fa il suo dovere aiutata dal mestiere di Brunella Schisa (giornalista) e dalle competenze, vere, di Antonio Forcellino (rinascimentalista assai noto).
Si difende più che onestamente anche Io ho ucciso Masaccio (Gianfranco Micali, Pendragon, pagg. 283, euro 15). L’autore si sta professionalizzando nel genere e fa il bis dopo La formula di Brunelleschi, rimettendo in pista il suo strambo consulente dei servizi segreti: Fangio Mazzarino. Questa volta gli tocca indagare sulla morte di uno stilista, il cui cadavere fa capolino nello stesso luogo dove fu trovato quello del pittore più innovativo del primo Quattrocento. Il gioco sta tutto nelle somiglianze tra lo scandaloso duo Masaccio-Masolino e due giganti della moda che firmano le loro creazioni con le loro «lubriche iniziali». Ovviamente anche in questo caso non manca la setta segreta del «Circolo dei rivissuti». Le complicazioni della trama, forse, sono un po’ troppe, ma l’ordito tiene: il personaggio principale ha una vena malinconica e le citazioni di storia dell’arte son fatte con cura.
Non va così bene a chi incappa ne L’enigma Vivaldi (Pedro Mendoza, Mondadori, pagg.298, euro 18) che già nel titolo, in quella parolina «enigma», finisce per fare il verso al genere (si poteva far peggio solo usando la parola codice). Il musicista, famoso come il «Prete rosso» è, tanto per cambiare, membro di un gruppo esoterico che custodisce vitali segreti, il più importante cifrato in un pentagramma pieno di note dissonanti. A decrittarlo ci penserà il musicista spagnolo Lucio Torres, prototipico nel suo essere un violinista sino allo stucchevole, affiancato da Maria, la bonazza veneziana che ogni straniero sogna se finisce da solo a dar da mangiare ai piccioni a San Marco. Ma non bisogna farne una colpa all’autore, che ha pensato il tutto per il pubblico d’oltreoceano, anzi la pro loco lagunare dovrebbe fargli un monumento.
Ha nel titolo il solito «enigma», ma la colpa è qui dei curatori italiani, anche il tomone L’enigma della Gioconda (Jeanne Kalogridis, Longanesi, pagg. 551, euro 18,60), che da Brown si ruba l’insana passione per il genio di da Vinci e lo stile narrativo piatto come la corn belt americana. Chiudendolo si potrebbe rimpiangere di averlo aperto, soprattutto perché Monna Lisa racconta in prima persona.
E da qui in poi il rischio sarebbe quello di sparare sulla Croce rossa, prendendosela con Codice 632 (José Rodrigues dos Santos, Vertigo, pagg. 549, euro 18,50) oppure quello di dispiacersi che onesti giallisti come Nino Filastò debbano finire a parlare di pietre magiche e archeologi (L’albero di Eden, Hobby & Work, pagg. 367, euro 18). Allora viene da chiedersi: per quante volte ancora qualcuno cercherà di raschiare il barile della pentola d’oro di Brown?
Speriamo non troppo a lungo perché a volte sono brave penne che con un altro plot potrebbero sperare di far meglio, anche se non di vendere di più.