Torna 007 con licenza di uccidere i terroristi

L’agente segreto più famoso della letteratura mondiale torna a vivere in un romanzo del maestro del thriller Jeffery Deaver. Il &quot;figlio&quot; di Ian Fleming ora ha 30 anni, una cicatrice ed è a caccia di un pericoloso irlandese <br />

Era appostato ventre a terra in cima alla collina, circondato dall’erba alta che lo nascondeva alla vista: un uomo dal volto serio, all’apparenza un cacciatore. Sentì un fischio lontano, a chilometri di distanza. Un rapido sguardo gli rivelò che arrivava da un treno proveniente da sud e che entro dieci, quindici minuti sarebbe stato lì. Si chiese se il sopraggiungere del convoglio avrebbe in qualche modo intralciato la delicata operazione in cui era impegnato.
Cambiò posizione per puntare il visore notturno sulla locomotiva diesel seguita da una lunga fila di vagoni. Dopo aver stabilito che il treno non costituiva una minaccia né per lui né per il suo piano, James Bond tornò a puntare il visore sul ristorante della stazione termale, concentrandosi di nuovo sul bersaglio al di là del vetro. L’intonaco del grande edificio era di un giallo sbiadito, con rifiniture marroni: una meta molto frequentata dalla gente del posto, almeno a giudicare dal numero di Zastava e di Fiat nel parcheggio.
Erano le otto e quaranta di una limpida domenica sera nei dintorni di Novi Sad, là dove la Pianura Pannonica si increspa trasformandosi in quelle che i serbi definiscono montagne, anche se lo facevano soprattutto per attirare i turisti. Di questo Bond era certo. A lui, eccellente sciatore, quelle sembravano poco più che colline. L’aria di maggio era fresca e asciutta, gradevole. Sulla zona aleggiava un silenzio innaturale. Cambiò di nuovo posizione. Bond, che aveva superato da poco i trent’anni, era alto un metro e 83 e pesava 77 chili. Portava i capelli neri pettinati con la riga da parte, e una ciocca gli ricadeva su un occhio. Una cicatrice di otto centimetri gli solcava la guancia destra.
Per la missione di quella sera aveva scelto la sua tenuta con cura: giubbotto verde scuro e pantaloni impermeabili della 5.11, l’azienda americana produttrice dei migliori indumenti tattici disponibili sul mercato. Ai piedi un paio di anfibi logori, ideati per gli inseguimenti e per garantire la massima aderenza durante i combattimenti corpo a corpo.
Quando calò il buio, verso nord le luci del centro storico di Novi Sad brillarono con maggiore intensità. Si era trasformata in una città vivace e animata, ma Bond conosceva il suo oscuro passato. Nel gennaio del 1942 gli ungheresi alleati dei nazisti vi avevano massacrato centinaia di civili, gettando i corpi nelle gelide acque del Danubio; dopo questo episodio Novi Sad era divenuta un nodo nevralgico della resistenza partigiana.
Quella sera Bond si trovava lì per prevenire un altro massacro, di tipo diverso ma la cui entità poteva rivelarsi pari, o addirittura maggiore, alla tragedia di tanti anni prima.
Il giorno precedente, sabato, era squillato un campanello d’allarme che aveva mandato in fibrillazione l’intelligence britannica. Il GCHQ, il Quartier generale governativo per le comunicazioni di Cheltenham, aveva decifrato un SMS in codice su un attentato in programma per la settimana seguente: «Riunione in ufficio da Noah. Conferma incidente di venerdì notte, il 20. Previsione iniziale migliaia di vittime. Interessi britannici danneggiati. Trasferimento di fondi come stabilito».
Poco dopo, gli spioni governativi erano riusciti a mettere le mani su un secondo messaggio inviato dallo stesso cellulare. Era indirizzato a un numero diverso, ma il mittente aveva utilizzato il medesimo cifrario a blocchi. «Incontriamoci sabato al ristorante Rostilj periferia Novi Sad, ore venti. Sono alto più di un metro e 80, accento irlandese».
Dopo aver inviato l’SMS, l’Irlandese - che, senza volerlo, si era dato da solo il soprannome - aveva distrutto il cellulare o perlomeno si era premurato di togliere la batteria, come avevano fatto anche i destinatari dei messaggi.
A Londra il JIC, il Comitato congiunto di intelligence, si era riunito nel cuore della notte insieme ai membri del COBRA, l’organismo preposto alla gestione delle emergenze, allo scopo di valutare la minaccia costituita dall’«Incidente 20», così denominato per via della data in cui era previsto.
Non c’erano informazioni concrete sull’origine o la natura dell'attentato, ma l’MI6 riteneva che provenisse dai distretti tribali dell’Afghanistan, dove al-Qaeda e i suoi affiliati avevano cominciato a ingaggiare agenti occidentali operativi in Paesi europei. Gli uomini dell’MI6 dislocati a Kabul avevano tentato di scoprire ulteriori dettagli battendo anche la pista serba.
Alle dieci di quella stessa sera i tentacoli di questa piovra internazionale avevano raggiunto Bond al tavolo di un raffinato ristorante nei pressi di Charing Cross Road, in compagnia di una donna splendida il cui monologo sulla sua vita di pittrice incompresa si stava rivelando alquanto noioso. Il messaggio sullo smartphone di Bond era composto di tre parole: «AZNOT, chiama CDP».
L’«allarme azione notturna» richiedeva una risposta immediata, a qualsiasi ora venisse ricevuto. La chiamata al capo del personale aveva posto fine alla serata e poco dopo l’agente segreto si era ritrovato in viaggio per la Serbia, con un ordine di secondo livello che lo autorizzava a scoprire l’identità dell’Irlandese, a collocare microspie e altri dispositivi di intercettazione per spiarne l’attività e a pedinarlo. Nel caso l’identificazione o l’inseguimento si fossero rivelati impossibili, l'ordine lo autorizzava a effettuare una «consegna straordinaria» dell’Irlandese, ovvero a prelevarlo e portarlo in Inghilterra, o in una prigione segreta sul continente dove avrebbero potuto interrogarlo.
Questo era il motivo per cui Bond era appostato tra i narcisi bianchi, con una certa cautela, dal momento che si tratta di fiori velenosi. Tutta la sua attenzione era concentrata sulla finestra che si apriva verso la facciata del Restoran Roštilj, dietro la quale l’Irlandese sedeva di fronte a un piatto rimasto praticamente intatto. Era impegnato in una conversazione con il suo contatto locale, ancora non identificato ma, a giudicare dall’aspetto, di origine slava. Lo slavo, forse per un eccesso di prudenza o nervosismo, doveva aver parcheggiato altrove l’auto, perché era arrivato al ristorante a piedi, impedendo a Bond di ricavare informazioni dalla targa.
© Ian Fleming Publications Limited 2011. James Bond and 007 are registered trademarks of Danjaq LLC, used under licence by Ian Fleming Publications Ltd
© Jeffery Deaver 2011. Published by arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara