Torna Amy Winehouse. Gli stravizi annebbiano la regina del soul

Iniziata a Berlino la tournée dopo l’overdose e la (presunta) disintossicazione. Il concerto dura meno di un’ora, applausi tiepidi

Berlino - Ma poi arriva sul palco, e pazienza se ha mezz’ora di ritardo. E canta, accidenti che voce, calda come il legno che crepita sul fuoco. Però guardate le sue gambette sconclusionate, d’una magrezza impressionante, le mani agitate che continuano a pastrugnarsi le narici, gli scossoni del corpo che se ne frega della musica e pensa solo a rimanere in equilibrio.

Amy Winehouse, signori. Ventiquattr’anni e un dono della natura.
È la nuova rivelazione del pop soul, ha venduto quattro milioni di copie del cd Back to black e lei, secondo Prince, «è qualcosa di speciale», secondo Mick Jagger «ha classe», e secondo i tabloid di tutto il mondo è una delle prede più pregiate perché ha un campionario di vizi, debolezze e manìe che sembra tornata la Dolce Vita. D’altronde lei qui, sul piccolo palco del Velodrom agghindato con sei paralumi da salotto, sembra proprio una diva degli anni Cinquanta con quell’enorme casco di capelli neri che spiove sulla spalla sinistra, il tubino color mattone e gli occhi bistrati che si chiedono ma dove sono. Ha faticosamente iniziato qui la tournée europea che il 26 la porterà all’Alcatraz di Milano, dopo aver annullato un bel po’ di concerti negli Stati Uniti ed essere scappata da una clinica dell’Essex dove per due mesi avrebbe dovuto ripulirsi dall’eroina, dalla cocaina e dalla ketamina, e invece ha resistito solo cinque giorni. È Addicted come recita il titolo della prima canzone del suo concerto, è dipendente, e si capisce che anche qui, davanti a un po’ meno di tremila persone, la sua voce è capace di arrivare tranquillamente da sola, bellissima per carità, fin lassù dove arrivavano le signore del soul, Diana Ross o Martha Reeves, e si svaga quel tanto che basta, si abbandona alle mollezze sensuali dei testi che sono sempre autobiografici perché, come ha detto, «non posso cantare qualcosa che non ho vissuto». Ma è la testa che non c’è e c’entra poco il misterioso bicchierone trasparente da cui lei sbevazza con furia. Amy Winehouse canta sul palco ma vive in un’altra dimensione, bye bye. Fa il suo compitino e stenta parecchio all’inizio, quando snocciola Just friends, Tears dry on their own, He can only hold her giusto perché deve farlo, appoggiandosi alla band disperata (batteria, tromba, sax, flauto, chitarra, basso, tastiere onnivore) e lasciando che i due colossali ballerini alla sua sinistra inseguano una sintonia che non c’è. Persino i tiepidi tedeschi in platea perdono la pazienza quando Love is a losing game diventa un pasticcio brutto e la voce parte per la tangente. Per fortuna torna subito dopo per l’occhieggiante Cupid, presa dal repertorio di Sam Cooke, ma poi maltratta la famosa Rehab (durante la quale canta «Hanno tentato di mandarmi in riabilitazione ma io ho detto no no no») e gironzola stancamente in Me and Mr. Jones. Intanto lei continua ad aggiustarsi il tubino, tocca e ritocca, ossessionata, chissà, dall’idea di lasciar intravedere il suo piccolo seno. Zero parole, o quasi. Zero espressioni sulle guance scavate. E poi quando si gira e se ne va a meno di un’ora dal suo arrivo, dopo aver tagliato due canzoni dalla scaletta e aver abbozzato un bis con Valerie, lascia l’eco di una grande musica e quello di un piccolo destino che si scontra, prende a schiaffi, uccide il suo incredibile talento.