Torna a Brera il gesso di Napoleone

Il calco della scultura del Canova trasportato a Milano dopo il restauro fiorentino

Un camion per trasporti eccezionali, una gru, tre muletti, dieci uomini specializzati nella movimentazione delle opere d'arte, una struttura appositamente studiata per assicurare la statica del pavimento: questi solo in parte i mezzi impegnati per quattro giorni dal personale della Soprintendenza per accogliere il monumentale gesso di Napoleone in veste di Marte Pacificatore di Antonio Canova, che dopo duecento anni torna in uno dei saloni della Pinacoteca.
Il gesso infatti era stato collocato in una delle sale della nuova grande galleria ricavata nel vano superiore della chiesa soppressa di Santa Maria di Brera, a ricordo del grande patrocinatore della Pinacoteca, così come si ricava dalla stampa di Michele Bisi allegata alle copie del vice re Eugène de Beauharnais dell'edizione della Pinacoteca del Regio Palazzo delle Scienze e delle Arti di Robustiano Gironi.
Alto più di tre metri e pesante quasi due tonnellate, al grande calco in gesso era capitato lo stesso sfortunato destino di tanti monumenti e immagini dell'Imperatore e Re d'Italia dopo la battaglia di Waterloo: alcuni furono distrutti, altri danneggiati, altri ancora rimossi e custoditi in luoghi appartati affinchè non fossero esposti alla pubblica vista. Fra questi i Fasti di Napoleone di Andrea Appiani, rimossi dalla Sala della Cariatidi e ceduti all'Accademia nel 1828, e la grande statua in bronzo di Napoleone che , giunta a Milano nel 1812, trovò solo nel 1859 la sua collocazione definitiva proprio nel cortile d'onore del Palazzo di Brera.
Quest'ultima era stata commissionata al Canova da Eugène de Beauharnais, che aveva potuto ammirare nello studio romano dell'artista la monumentale statua in marmo ordinata dallo stesso Napoleone e ora a Apsley House, residenza londinese del Duca di Wellington.
Per il bronzo, da realizzare a cera persa, era necessario prima eseguire un calco in gesso dell'originale: Canova ne ordinò ben cinque, realizzati da Vincenzo Malpieri nel 1808, e per essi fu subito individuata una destinazione: una copia sarebbe andata al fonditore, una a Napoli, una a Lucca, una all'Accademia di Francia e l'ultima al suo amico Daniele Francesconi, per la biblioteca dell'Università di Padova.
E' questo il calco in gesso che, dopo una serie di vicissitudini, giunse, assai malconcio a Milano: il Francesconi, infatti, non fu in grado di sostenerne l'elevato costo (più di 330 scudi); le casse che lo contenevano rimasero a lungo presso i magazzini della dogana della città patavina, fin quando dopo una serie di trattative il Governo del Regno d'Italia acquistò la statua per destinarla all'Accademia Reale di Belle Arti.
Rimosso dai Saloni Napoleonici già nel 1814, conservato negli scantinati dell'Accademia, ricoverato poi nell'aula V, il grande gesso è stato ritirato nel novembre del 2008 per essere affidato alle cure di Daniele Angellotto di Firenze.
Il restauro, diretto da Matteo Ceriana della Soprintendenza per i Beni Storici Artistici e Etnoantropologici della Lombardia Occidentale, ha restituito al gesso il suo originale valore, recuperandone la qualità, la definizione dei particolari e delle rifiniture che ne fanno un'opera unica, quale era nell'intenzioni dello stesso Canova, che dedicava ai gessi le stesse cure e attenzioni riservate alle sculture in marmo.
Ne è dimostrazione lampante il gesso ora riesposto nella sala XV della Pinacoteca, finito con grande attenzione, rinettato dai segni dei tasselli, accuratamente lucidato a imitare quasi l'effetto di una materia crisoelefantina, su cui contrastavano il bastone, il globo e la Vittoria in oro brunito. Né minore attenzione fu posta dall'artista al piedistallo, ora recuperato nella sua forma e colore originale, a simulare una base in porfido rosso, con il motto oraziano dipinto in lettere tridimensionali, di cui purtroppo si è potuta recuperare solo la forma delle lettere. Se alcune parti sono state integrate, come per esempio la spada oggetto di furto in epoca imprecisabile, rimane il problema della Vittoria, rubata anche dalla scultura in bronzo del cortile e mai più ritrovata e per la quale si spera di poter trovare, magari grazie a una generosa donazione, risorse bastanti per ricalcarlo sull'unico originale rimasto, quello dell'esemplare inglese.