Torna la Champions, il Milan diventa stellare

Annullato il Benfica. Nel finale la difesa si distrae e Nuno Gomes accorcia le distanze. Un grandissimo Pirlo illumina: in gol su punizione e pennella il raddoppio per Inzaghi: &quot;<strong><a href="/a.pic1?ID=207173" target="_blank">Il pallone d'oro? Lo sogno fin da bambino</a></strong>&quot;

Milano - È una questione di testa, forse. È una questione di dna, naturalmente. O forse contano tutti e due i fattori. Quando c’è la Champions league, è un altro Milan. Concentrato, deciso, spettacolare in certe sue combinazioni. E in attacco non avverte l’assenza di Ronaldo, né il fatto che per il giovane Pato bisogna attendere gennaio. No, il Milan si mette al pezzo e comincia a tracciare il cammino lungo e faticoso che porta a Mosca, sede della prossima finale. Due gol-gioiello, di Pirlo il primo e di Inzaghi il secondo, rendono il percorso meno buio del previsto. D’accordo, rispetto a Siena e al campionato perciò, in campo c’è un altro schieramento. Ma la differenza, par di capire al volo, è in parte spiegata da Pirlo. Se c’è lui, in forma come appare in forma dall’inizio della stagione, grazie anche ai 45 giorni di vacanza, che sia Italia o Milan, arriva quasi tutto, il bel gioco, le trame geometriche e anche i lanci ispirati in zona gol. Ma in Champions o in campionato, cambia poco l’attenzione e la tensione della difesa. È la solita storia. E così dopo aver concesso il palo a Cardozo, i rossoneri consentono a Nuno Gomes di raccogliere il modesto bottino dell’1 a 2 che nasconde l’inferiorità patita sul prato di San Siro. E resa meno umiliante per le parate del portiere Quim e gli errori di mira, soprattutto di Kakà. Il suo gol avrebbe reso la serata ancora più allegra. Il girone è solo all’inizio ma si coglie al volo il rivale da cui guardarsi, gli ucraini di Lucescu e Lucarelli.

Così si trattano i campioni che tornano a casa da avversari, con l’onore delle armi. Tutto il Milan schierato sotto la sua curva e Rui Costa che va a raccogliere l’applauso della sua gente. Impossibile dimenticare un gentiluomo come lui: da queste parti ebbe solo la sventura di imbattersi in un sodale molto più bravo di lui, Kakà. Appena il tempo per prendere nota del colore rosa della divisa portoghese e della presenza in tribuna di Cafu e Gourcuff, che il Milan decide di chiudere subito la pratica. Facile, certo, quando hai uno che apparecchia giocate deliziose come Andrea Pirlo. Decisivo in nazionale (al punto da rischiare grosso in Ucraina per via di un vasto ematoma), decisivo anche nel Milan: Ancelotti lo lascia a riposo a Siena, qui invece lo precetta. E lui che corre sul velluto alla prima punizione da posizione angolata, trova la traiettoria galeotta che espone il portiere ospite anche a una figuraccia, giacché è proprio Quim che devia in porta il pallone liftato pur essendo partito in largo anticipo per l’angolo giusto. Veder giocare il Milan, in libertà quasi assoluta, al cospetto di un avversario che tiene palla e la fa girare ma non salta addosso al rivale, è un piacere per gli occhi. Peccato non ci sia in tribuna Silvio Berlusconi, il presidente: se la spasserebbe, questo è lo spettacolo che lo ripaga delle tante, generose trasfusioni economiche. Tra la palombella dell’1 a 0 e la stoccata del 2 a 0 passa il tempo sufficiente per prendere atto delle belle trame rossonere chiuse da Inzaghi e Ambrosini e per registrare la solita disattenzione collettiva della difesa di casa.

Il Benefica, con Cardozo, riesce in una impresa unica, e cioè a cogliere il palo esterno con porta spalancata (per la posizione sbagliata del suo guardiano) mentre Dida interroga le stelle per capirci qualcosa. Gol sbagliato, gol subito: la feroce legge del calcio si applica alla perfezione al contropiede milanista ispirato da Kakà, perfezionato da Pirlo con un cioccolatino destinato al piedino magico di superPippo. Non può sbagliare Inzaghi e il 2 a 0 è cosa fatta. Nella ripresa, in condizioni di grande vantaggio tattico, il Milan può solo rimpiangere o l’imprecisione di talune trame (Inzaghi e Kakà) oppure applaudire le parate riparatrici del portiere Quim, non proprio esemplare nella prima frazione di gioco. Anche Rui Costa, che si lascia ammirare per un paio di percussioni alla sua maniera (in una lo lasciano arrivare fino alle soglie dell’area forse scambiandolo per un volto amico), si rende conto di guidare una squadra fragile nel gioco e di cifra tecnica assai ridotta. Gli vale, a parziale soddisfazione, l’ovazione dello stadio quando, nel finale, Camacho lo sostituisce: se ne ricorderà per un pezzo di una serata così emozionante. Il Benefica proviene dal turno preliminare e forse non è lecito pretendere altro da uno schieramento privo anche di qualche pedina importante, Luisao, Petit, Nuno Gomes dirottato in panchina. Emerson e Gilardino, entrati a giochi fatti, contribuiscono a rendere il finale quasi un’accademia, rovinata per quel che può rovinare la serata dal sigillo conclusivo di Nuno Gomes. Rende meno pesante il risultato per il Benefica e serve a rinfrescare la memoria sui soliti problemi di casa Milan.