Torna Dino Boffo: guiderà la tv dei vescovi

L'ex direttore di <em>Avvenire</em> torna a lavorare come responsabile della
rete e dei palinsesti Tv 2000, il canale televisivo controllato dai
vescovi italiani. Il rientro in campo deciso dalla Cei a tredici mesi dalle dimissioni
dopo lo scandalo suscitato da una condanna per molestie telefoniche

È una nomina che ha il sapore di una riabilitazione piena e pubblica. Una riabilitazione che arriva tredici mesi dopo le dimissioni da direttore di Avvenire e delle news di Tv 2000: Dino Boffo torna a lavorare nei media della Cei, come direttore della rete e dei palinsesti Tv 2000, il canale televisivo controllato dai vescovi italiani. La decisione, anticipata ieri mattina dal blog del Giornale «Sacri palazzi», è stata ratificata ieri pomeriggio dalla fondazione «Comunicazione e cultura», presieduta dal vescovo di La Spezia, Francesco Moraglia.

Boffo aveva lasciato gli incarichi che ricopriva dopo la pubblicazione, su questo quotidiano, della notizia relativa a un decreto penale del tribunale di Terni, che condannava il direttore di Avvenire per molestie telefoniche, e di un’informativa che collegava la vicenda a presunte vicende omosessuali. «Non mi sarei mai occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e molto apprezzato - ha scritto il 4 dicembre 2009 il direttore del Giornale Vittorio Feltri - se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziale... insieme a un secondo documento che, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali». Infatti, in quelle carte, continuava Feltri, «Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali».

Il pubblico riconoscimento del direttore del Giornale non aveva però ottenuto l’effetto di riportare Boffo a un incarico di prestigio nella Cei. Tanto più che lo scorso gennaio la vicenda era stata riaperta dal Foglio, seguito da altri quotidiani, che avevano inquadrato il caso all’interno di una lotta tutta infra-ecclesiale, che sarebbe intercorsa tra gli uomini più vicini alla Segreteria di Stato guidata dal cardinale Tarcisio Bertone, e quelli più vicini al presidente e all’ex presidente della Cei, i cardinali Angelo Bagnasco e Camillo Ruini. Dopo diciotto giorni di silenzio, il 9 febbraio, la Santa Sede era intervenuta in modo pesante e definitivo, smentendo qualsiasi coinvolgimento di persone d’Oltretevere nell’accreditare l’informativa anti-Boffo e affermando che i sospetti al riguardo facevano parte di «una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso Pontefice».

La ferita provocata dalle dimissioni rimaneva però aperta. E la riabilitazione pubblica di Boffo, negli ultimi mesi, è stata questione dibattuta non soltanto al vertice della Conferenza episcopale, ma anche al piano più alto dei sacri palazzi. La decisione di ieri, dopo che si erano rincorse in questi giorni voci che parlavano della possibile direzione dell’Eco di Bergamo o di altri incarichi giornalistici al di fuori della ristretta cerchia dei media Cei, sta a indicare che alla fine le autorità ecclesiastiche hanno voluto dare un segnale forte, di stima, all’ex direttore di Avvenire, affidandogli il rilancio dell’emittente Tv 2000. Non si può fare a meno di notare che, con la riabilitazione ufficiale di Boffo - peraltro difeso da Bagnasco fin dal primo momento - nel giro di otto giorni due personalità vicine al cardinale Ruini vengono promosse. Una settimana fa era stata infatti resa nota la nomina quale nuovo arcivescovo di Torino di Cesare Nosiglia, già stretto collaboratore di Ruini al Vicariato di Roma e stimato anche dal patriarca di Venezia Angelo Scola. Benedetto XVI lo ha scelto preferendolo ai candidati considerati più vicini al Segretario di Stato.

È confermato, infine, per domattina, al termine dell’udienza, l’annuncio del terzo concistoro del pontificato di Ratzinger. Molti dei nuovi cardinali, che riceveranno la berretta il 20 novembre, dovrebbero essere italiani. Tra loro gli arcivescovi di Palermo (Romeo) e Firenze (Betori), ma non il neo-eletto di Torino: sembra infatti che non avranno il cappello gli arcivescovi il cui predecessore porporato ha meno di ottant’anni e può dunque ancora entrare in conclave.