Torna Emma Dante e scatena le sue «pulle»

Suvvia, ammettiamolo: se alla prima scaligera della Carmen i loggionisti non l’avessero calorosamente fischiata, se Zeffirelli non avesse evocato nientemeno che «il diavolo sul palcoscenico», Emma Dante non sarebbe diventata nel giro di pochi mesi una piccola icona mediatica. Ma sarebbe pur sempre rimasta una protagonista del teatro italiano di ricerca, una regista iperattiva che nell’arco di dieci anni ha scritto e allestito quasi venti pièce. E che ora torna a Milano con «Le pulle», la sua ultima creazione in scena al CRT da oggi al 14 febbraio. Promette bene. La Dante, infatti, dopo averci informato che lo spettacolo ha per protagoniste delle «puttane» («pulle» in palermitano), quattro travestiti e un trans che contemplano madonne a tinte accese, vestite di strass, piume di struzzo, pizzi, lustrini e guepière”, aggiunge che il suo «atto unico di carattere popolare» tratta «un argomento che non ha relazione con la comune morale»: il «miracolo» di «compiere un rovesciamento del femminile sul maschile senza dover subire l’operazione o la scomunica di qualche bigotto cardinale». E pazienza se i trans sono entrati da tempo nel nostro orizzonte quotidiano, se i confini tra i sessi si sono ormai allentati, se la morale comune è sempre meno comune e se a strapazzare «qualche bigotto cardinale» ci riesce già benissimo la Littizzetto. Ci sarà comunque un devoto intervistatore pronto a domandarle se «al CRT si può infiltrare qualche loggionista a fischiarla», per vedersi rispondere che «Carmen era uno spettacolo pudico ... Le pulle sì che è estremo. In ogni caso credo di no, ma i miei ragazzi sono disposti a rispondere a tono». I «ragazzi», appunto. Cioè gli attori della Compagnia Sud Costa Occidentale, fondata undici anni fa: bisogna partire da loro, per imbastire un discorso su Emma Dante che esuli dagli stereotipi mediatici. Senza dubbio la regista siciliana sa come valorizzare l’istinto scenico dei suoi attori, come estrarre da loro una sorta di spettacolarità primordiale, insita nell’immediatezza del linguaggio corporeo e in certe peculiarità espressive che precedono la bravura e forse persino il talento. Osservato in questa prospettiva, il teatro della Dante ha a che fare con la body art degli anni Settanta, con le performance di quegli artisti che, come scrive Lea Vergine, «tentano di comunicare attraverso il loro corpo qualcosa di sentito immensamente prima, ma di vissuto solo in quel momento». Il carattere ancestrale della recitazione fa da riscontro a un «sud dell’anima» in cui confluiscono atmosfere luttuose e allo stesso tempo carnevalesche, un senso un po’ stravolto del sacro e un irrefrenabile impulso alla dissacrazione, la morbosità (ma anche l’imprescindibilità) dei rapporti familiari. Gli stessi ingredienti che troviamo amalgamati ne «Le pulle», con un contorno di falli di gomma, bambole gonfiabili, tende di damasco e l’immancabile croce. Il tutto condito da canzoni in dialetto siciliano in cui le pulle raccontano la propria ossessione per il peso del corpo e per le dimensioni delle «zinne», le crudeltà subite e gli innamoramenti mancati.