Torna il feuilleton. È bellissimo ma senz’anima

Barbero racconta la Venezia del Rinascimento Scenario e ricostruzione perfetti. Manca il pathos

Alla fine del Cinquecento Venezia aveva perfezionato la propria diplomazia a un punto tale che, ancora cinquant’anni dopo, Il perfetto ambasciatore dello spagnolo Antonio da Vera la celebrerà come la più accurata del mondo e definirà le relazioni da essa nel tempo archiviate «un concentrato dell’universo». In un’Europa dove Francia e Spagna praticano l’espansionismo delle grandi potenze, la salvezza consiste nel comprendere, codificare e rivelare la politica e le sue leggi, nel trasformarsi in quello che lo storico Pierre Galland definirà «l’occhio dell’Occidente». Preso atto che sulla terraferma ci si può solo difendere e non più offendere e che sull’Adriatico bisogna contenere la sfida di Costantinopoli, Venezia teorizza e pratica il principio di neutralità, la conservazione vigilante dello status quo. A rendere ciò possibile è il combinato disposto di una repubblica aristocratica, con un patriziato garante e depositario della sua grandezza e quindi del proprio potere, un pugno di ferro giudiziario, segreto e implacabile, un uso accorto della festa come della forca...
Su questa cornice storica, Alessandro Barbero, medievista di professione e romanziere per passione, dipana il suo Gli occhi di Venezia (Mondadori, 428 pagine, 20 euro), un feuilleton moderno con tutti gli ingredienti di quello classico: due giovani sposi separati dalle avversità, viaggi e arrembaggi, intrighi e agnizioni, trionfo del bene e punizione dei malvagi... Il risultato è un libro piacevole, che si legge d’un fiato, ricco di informazioni, preciso sino alla pignoleria nella documentazione e dove ogni tanto qualche personaggio vero, il doge Cicogna, il Tintoretto pittore, il Gran Vizir di Costantinopoli, si mischia agli eroi di carta.
È da anni ormai che il romanzo storico popolare ha ripreso a mietere successi, portando nuova linfa a un genere letterario, quello del romanzo tout court, di cui con troppa fretta si era negli anni Settanta del Novecento teorizzata la morte... Nella sua maggioranza, è il frutto del lavoro non di romanzieri puri, ma di studiosi di altre discipline desiderosi di evadere da una routine o da una aridità professionale. Da noi Umberto Eco è il più celebre in materia, ma Barbero non gli è secondo, visto oltretutto che il su esordio narrativo, Bella vita e guerre altrui di Mr Pyle gentiluomo, fu coronato dal Premio Strega.
Rispetto ai grandi scrittori popolari dell’Ottocento, Alexandre Dumas in primis, questi dei tempi nostri hanno un elemento in più, la perfetta padronanza dei tempi e dei luoghi storici, e un elemento in meno, quello che potremmo definire il “cuore eroico”. Di Dumas si racconta che un giorno il figlio lo trovasse con gli occhi rossi al tavolo di lavoro. «Ho appena ucciso Porthos» gli confessò fra le lacrime. Ecco, l’impressione è che nessuno dei nuovi autori moderni si commuova per il proprio eroe, vivo o morto che sia. L’unico che sfugge a questa regola è lo spagnolo Arturo Perez-Reverte che con il suo capitano Alatriste ha creato in fondo una sorta di d’Artagnan moderno e quindi all’incontrario, cinico e non entusiasta, fedele a se stesso e non al proprio re, misogino e non malato d’amore e tuttavia capace di far emozionare chi legge. È anche vero che Reverte viene dal giornalismo e non da una cattedra universitaria...
Il perché di questo scarto è difficile da spiegare, ma forse può essere riassunto così: il romanticismo e poi il decadentismo permettevano ancora una comunicazione fra autore e pubblico nel nome di un’evasione “eroica” dalla quotidianità. Chi leggeva scusava le incongruenze e le inverosimiglianze storiche perché, in cambio, riceveva dei personaggi a tutto tondo, fatti di carne e di sangue, pronti al sacrificio e alla gloria.
Nell’epoca della post-modernità, il lettore è più smaliziato, chiede un maggior rigore, è disposto a barattarlo con una minore tensione emotiva, per molti versi giudicata sospetta e non in sintonia con uno spirito del tempo che si vuole emancipato. Oppure, questa è la visione che del proprio lavoro hanno quegli studiosi prestati al romanzo, e che di fatto ne hanno decretato il successo, più interessati al quadro d’insieme che non alle individualità che dovrebbero comporlo, più freddi anche e proprio per forma mentis ed educazione professionale.
Sia chiaro, Gli occhi di Venezia si merita il successo che non gli mancherà; non è però un caso che alla fine ciò che di esso resta non è la storia d’amore di Michele e Bianca, ma il ritratto di una città e della sua politica. Barbero è bravissimo nel raccontare palazzi nobiliari sfarzosi e umili dimore, estati torride e inverni rigidi, signori magnifici e infidi, pagliericci pidocchiosi e galeotti ai remi, zecchini d’oro e polvere da sparo, però noi, chiuso il romanzo, ci accorgiamo che dei due giovani innamorati c’è rimasto poco o niente: il viaggio in mare con le sue mille peripezie non ha trasformato il giovane muratore in qualcosa di diverso, la solitudine non ha fatto di Bianca una cortigiana o una santa...
Rimangono dei poveri disgraziati senza epos, senz’anima insomma. E noi, lettori romantici e decadenti a tempo scaduto, torniamo a piangere sulla morte di Porthos, ad ammirare la nobiltà d’animo di Athos, a gioire della vendetta del conte di Montecristo...