Torna «Gino Bianchi» il Fantozzi di Jahier

La chiave è in quel Fantozzi ragionier Ugo, sistemato sullo stesso scaffale degli Impiegati di Balzac, delle Domeniche di un borghese a Parigi di Maupassant, dei Signori mezze-maniche di Courteline, dei Ricordi di un impiegato di Tozzi, delle Miserie d’Mônssu Travet di Bersezio, persino della Famiglia De Tappetti di Gandolin. La chiave è nella mostruosa normalità microborghese dell’antieroe creato (idest vissuto) da Paolo Villaggio, in quell’erede dei grotteschi cinovniki gogoliani, inscatolati nella tabella dei ranghi, prima ancora che nei loro pidocchiosi uffici.
La chiave di che cosa? Di una porticina che dà su due stanze. Vi abitano e vi scrivono due tipi un po’ strani. Genovesi ma anche piemontesi. Montanari di mare, chiusi e generosi, ombrosi e frizzanti. Integerrimi nella ribellione, rigorosamente anarchici, a modo loro. Sono Piero Jahier (1884-1966) e Fabrizio De André (1940-1999). «Quando scopersi il motivo/ del sicuro guadagno scarso:/ sanno che è altrove il tuo cuore/ non pagheranno/ quel che non possono avere», dice la «Ballata dell’uomo più libero» che chiude Gino Bianchi. Resultanze in merito alla vita e al carattere, di Jahier. «Chissà cosa si prova a liberare/ la fiducia nelle proprie tentazioni,/ allontanare gli intrusi/ dalle nostre emozioni,/ allontanarli in tempo/ e prima di trovarti solo/ con la paura di non tornare al lavoro», medita tramite De André il cittadino medio di La bomba in testa, nell’album Storia di un impiegato. Jahier figlio d’un pastore protestante e De André figlio d’un avvocato. Jahier il «vociano» venuto da fuori e De André il poeta di strada venuto dalla buona società. In fondo, due moralisti. Che però rifiutano di impartire lezioni, preferendo riceverle.
La lettura in parallelo di Jahier e De André (per il tramite del ragionier Fantozzi) non è poi così balzana. Soprattutto se si considera il tono delle loro opere. Chi si accosti a Ragazzo e a Il paese reale del primo, a quella sua prosa versificante che scandisce frammenti autobiografici, vi troverà un po’ di Whitman e un po’ di Claudel. Ma vi troverà anche assonanze con il tono disincantato che Faber distillò sia negli affreschi di costume, sia nei ritratti intimi. E, per tornare al «filone impiegatizio», chi legga (o rilegga) le odissee quotidiane di Gino Bianchi, cioè di Jahier medesimo, che fu impiegato della Società Adriatica delle Ferrovie, vi troverà lo stesso tono di rabbiosa o disincantata denuncia dei «medaglioni» deandréani.
Gino Bianchi, dice giustamente Angelo Piero Cappello, curatore di questa nuova edizione Vallecchi (pagg. 154, euro 12), «ci presenta non un personaggio ma la concrezione fossile di esso». Presentata come faldone ministeriale che ha «in oggetto» un normalissimo esemplare di travet e il suo mondo in cui tutto, ma proprio tutto, è burocraticamente predeterminato («Alle 9 1/4 Gino Bianchi sente lo stimolo che è decenza tacere; alle 11 e tre quarti ha appetito; alle 19 di ogni Sabato le sue unghie vogliono esser tagliate; - alle 21 di detto giorno, sua moglie è bella»...), questa indagine venne pubblicata nelle edizioni della «Libreria della Voce», Quaderno venticinquesimo, nel febbraio 1915. Ma nel ’66 Jahier la rivide (e proprio questa edizione viene qui riproposta), anteponendovi il saggio Ultima intervista col Comm. Bianchi. Perché anche i personaggi letterari possono far carriera...
Così abbiamo puntuale conferma del fatto che le dinamiche aziendali del 1915 o del 1966 non sono poi tanto diverse da quelle del 2007: «Se dunque il funzionario è duro, il superiore sarà duriore; se pigro, il superiore sarà pigriore; se villano, il superiore villaniore, perché qui con l’inferiore si fabbrica il superiore, - mediante la graduatoria di merito che è il premio concesso al puro essere amministrativo, spersonalizzato, disintelligenzato, insensibilizzato, al prodotto dell’allevamento più garantitamente disumanizzato». Linguaggio e contenuti che, come si vede, rinviano al Bianciardi della Vita agra, o al primo Gogol’: «Ora per passar superiore bisogna mettersi in evidenza. Per mettersi in evidenza è necessario mostrar dello zelo. Questo zelo può cessare, passando superiore, come cessa di regola in ogni buon superiore, il quale è appunto un funzionario che si riposa di aver avuto dello zelo. Ma è indispensabile mostrarlo, cosa quasi altrettanto faticosa quanto averlo». Tutto normale, tutto burocraticamente «a norma». Purtroppo. Compresa la cinica ma incontestabile previsione che suona come una condanna: «La causa dell’ideale avrà fatto un buon passo avanti, quando dagli uomini di buona volontà sarà passata agli uomini di buona posizione».