Torna il grande balletto con il «Sogno» firmato Balanchine

I siparietti di tulle dipinto si sovrappongono confondendo i loro disegni. Dietro le fronde i tempietti della classicità, sopra le volte rigonfie il trompe l'oeil con cieli tiepoleschi. Alle spalle di un bocciolo-culla di Titania un'enorme arazzo annodato a Aubusson. Alla fine lucciole in posa, e Puck portato via da due funi inghirlandate: un tabelau vivant da Füssli. Onirico e visionario è questo è segno della scenografa e costumista Luisa Spinatelli. Destinatario il più singolare balletto di Balanchine: Sogno di una notte di mezza estate. Creazione del'62 per il NYCB del danzatore e coreografo nato a San Pietroburgo, precocemente attivo in patria e in Europa, divenuto il vero e proprio colonizzatore della danza americana della quale è considerato il padre. Tout court Mister B. Il titolo si sovrappone, capovolgendone i presupposti, ad altri più celebri: Concerto Barocco, Balletto Imperiale, Quattro Temperamenti... Per una volta niente corpi asettici, strumento di un'arte che si mette al servizio della musica quasi a visualizzarne il grafico in perenne movimento. Ma una storia, un ritorno al narrativo, il rimpianto per un piccolo elfo che saltellava quel dì al teatro Michailovskij di San Piatroburgo. La trama shakespeariana è appena accennata, quanto basta per ricreare sogni di estati luminose e complici. Per far sorridere alle infinite disavventure cui vanno incontro gli innamorati costretti a sottostare ai capricci di Puck. L'unico personaggio di spessore analitico, appunto il sogno caduco e l'ingannevole sorriso dell'amore. Assieme al paggio-bambino che, a sua volta proiezione di desideri negati, viene conteso dal re e dalla regina delle fate. Il balletto è diviso in due atti. Primo narrativo e secondo risolto in divertissement. In danza pura. Che è la corda più cara del coreografo
Tra le 460 e più coreografie che Balanchine ha dedicato a vari generi il Sogno di una notte di mezz'estate (NYCB, 1962) non aveva mai attraversato l'Oceano. Fino a quando, nell'ambito della stagione 2002/3, l'allora direttore del Ballo della Scala Frédéric Oliveri era riuscito ad accaparrarselo, strappando alla severissima Fondazione Balanchine tutti i permessi. Il titolo, sempre ripreso al Piermarini, è diventato poi il fiore all'occhiello del made in Italy da esportazione. Da oggi è di nuovo in scena. Per il collage di pagine mendelsshoniane anche i solisti di canto Shi Young Jung e Asude Karayavuz. E se non manca l'amianto del loggione e si lavora la notte tentando di rimediare, la scena splende. Da un lato il glorioso e solare Roberto Bolle, da quest'anno principal dell'American Ballet in quel di New York dove ha già fatto delirare i fans in Lago, Sylvia, Romeo e Giselle. Dall'altro il più introverso e intenso Massimo Murru.