Torna l’auto mito di McQueen: il revival corre su quattro ruote

Riprodotta la Mustang guidata dall’attore in «Bullitt»: costa 22mila euro. Le icone del passato sempre più imitate

Prima o poi tornerà anche la Torpedo blu. Nell’attesa ecco che da San Francisco arriva una notizia di quelle forti: la Ford rimette in strada la Mustang GT Fastback. Immediata la botta di nostalgia: sì, quella che Steve McQueen faceva ruggire e rombare in Bullitt, nei favolosi anni Sessanta (’68), tra un inseguimento e una derapata attraverso San Francisco lungo Lombard street e il panorama che scende e sale e tutta la sala assieme, come sull’ottovolante. Stando alla notizia suddetta, la vettura, prodotta in 7.700 esemplari, monterà un motore V8 da 4,6 litri e potrà sviluppare 315 cavalli.
Aggiungo io il vero scoop: costo, trentunomila dollari, in cifre 31mila, in euro 22mila o quasi, roba che dalle nostre parti vai sulla seconda mano con una certa fatica. Fascino delle quattroruote, si diceva, prima che le tangenziali e le corsie di emergenze venissero invase e intasate da un miliardo di autoveicoli in coda. Il cinematografo ci ha fatto sognare in merito, dalla Balilla in giù attraverso tratturi polverosi, vicoli soffocanti, lingue di strada assolata e deserta, salite e tornanti, discese e curve pericolose, noi in platea a tenere in mano, virtualmente, il volante per schiacciare il pedale dell’acceleratore. Così accadde con Bullitt, un videogame spettacolare, ma non ci siamo fatti mancare proprio nulla dalla Cadillac tutta d’oro, morbida, molleggiata come Elvis, all’Aston Martin Db 5 di Bond, James Bond, con mitragliette, taglia pneumatici, lunotto posteriore retrattile e blindato, sgancia olio per far sbandare gli inseguitori, full optional compresa la maggiorata di fianco, quando la vettura serviva anche a questo, a rimorchiare cioè non soltanto la roulotte. La vettura è stata messa all’asta e aggiudicata per un milione e mezzo di euro a un signore di Phoenix in Arizona. E la Giulia grigioverde della polizia dove la mettiamo? Merli, l’attore, ci marciò un milione di chilometri, qualunque film giallo nostrano comprendeva nel copione l’utilizzo dell’Alfa Romeo che, secondo voce di popolo, poteva avere soltanto due tipi di clienti: poliziotti o macellai. Più elegante e raffinata la Lancia Aurelia B24 targata ROMA 329446, guidata da uno sfacciato Gassman e con un timido passeggero Trintignant di fianco ne Il sorpasso, simbolo dell’Italia del boom e poi trasgressiva, aggressiva, infine tragica, con l’incidente alla curva Calafuria sulla Riviera Toscana. Era quella l’immagine dell’italiano che sognava la bella vita più che dolce vita cosa impossibile per tutti i clienti del Maggiolino tutto matto, perché la Volkswagen, anche se macchina del popolo secondo traduzione, era davvero riservata a chi aveva qualche bizzarria in capa: tenuta di strada approssimativa, della vettura intendo, rumori vari e buffi, vetro piatto, direi una roba ideale per i Woody Allen del pianeta oppure per la fantasia di Walt Disney che riuscì a far parlare, pensare, cioè a dare un’anima al Maggiolino.
Si passa alla Mini Minor di mister Bean, una scatolina bassa e divertente che ha portato a spasso giovani e sciure, specie nella versione Cooper, bicolore nel tetto, quando il bicolore era ormai passato di moda, anche nelle bande delle gomme oltre che sui profili. E la Duetto rossa senza benzina che lasciò a piedi Dustin Hoffman ne Il laureato? Storie di un tempo che fu perché nei film di oggi l’auto, la macchina, la vettura, fa parte degli ornamenti, non sta al centro della scena, gli inseguimenti si moltiplicano, con cappottamento, incendio ed esplosione, ma nessuno ha in memoria le marche contemporanee. Al punto che mamma Fiat si è rilanciata con la 500, modello rivisto e corretto tradizione antica e datata, il vintage con tutti gli accessori, finita la doppietta oggi va l’iPod, niente più camporella, rischiosa e umida, meglio le quattro mura domestiche. Peccato, l’alito soffiato sui vetri, i sedili ribaltabili, la copertina e il mangiadischi avevano il loro fascino. Quasi quasi metto in moto. Poi controllo il sorriso del benzinaio e del petroliere e vado al cinema.