Torna alla luce sotto l’ospedale la dimora della «Gens Valeria»

Massimo Malpica

Una storia vecchia di milleseicento anni, ma legata al contesto moderno nel quale oggi riappare. Una scoperta archeologica che ha il fascino della Roma antica, resa possibile dai lavori per adeguare un seminterrato a ospitare il bunker in acciaio e cemento di un acceleratore lineare per radioterapia. Età classica e modernità si intrecciano e si confondono nel ritorno alla luce della dimora dei Valeri. O meglio dei dieci metri di corridoio decorato a mosaico, cinto da pareti riccamente affrescate e affacciato su un giardino, un viridarium, che provano l’esistenza della villa dell’aristocratica famiglia romana. Una gens le cui origini risalivano all’epoca repubblicana e la cui fama non calò con l’arrivo del cristianesimo potendo vantare una santa, Melania la Giovane, nella propria stirpe.
Ieri mattina il soprintendente archeologico di Roma Angelo Bottini, il direttore dell’ospedale San Giovanni Addolorata, Luigi D’Elia, l’architetto Paolo Portoghesi e l’archeologa responsabile degli scavi, Mariarosaria Barbera, hanno illustrato in una conferenza l’importanza storica e artistica del ritrovamento. Che ha visto un insolito «entusiasmo condiviso» di Soprintendenza e azienda ospedaliera, con quest’ultima che, «conscia» di sorgere su una delle aree a più alta densità archeologica della Capitale, ha accettato di buon grado un compromesso sui tempi dei lavori di ristrutturazione dell’«Addolorata», l’edificio di inizio Novecento che presto sarà il nuovo dipartimento di Onco-ematologia del San Giovanni-Addolorata. Anzi, D’Elia si è spinto persino ad augurarsi che nel prosieguo dei lavori di ristrutturazione del complesso, affidati a Portoghesi, «vengano alla luce altri ritrovamenti».
Quello presentato ieri, intanto, è di tutto rispetto. La splendida e immensa dimora dei Valeri era celebre almeno quanto la gens che l’abitava: probabilmente costruita in epoca repubblicana, rimase in piedi fino al V secolo dopo cristo. Nel 404 i suoi ultimi proprietari, Valerio Piniano e la moglie, Santa Melania, la misero in vendita. Ma a causa del valore eccessivo della lussuosa casa, la coppia non trovò acquirenti. Piniano e Melania, vittime di una bolla immobiliare come quella temuta oggi da chi ha investito nel mattone, sei anni più tardi svendettero per pochi solidi aurei quello che restava della Domus Valeriorum, finita nel frattempo in macerie dopo il sacco di Alarico. Restò traccia del glorioso passato della villa nel nome dell’ospizio che sorse sul luogo, lo Xenodochium Valerii, «antenato» dell’attuale ospedale. Nel 1554 il sito fu identificato, e nei primi scavi si ebbe certezza dell’appartenenza delle rovine alla dimora della Gens Valeria grazie al ritrovamento di incisioni in bronzo dedicate a Valerio Proculo e a una lanterna a forma di nave, ora agli Uffizi, con l’epigrafe «Dominus legem dat Valerio Severo», dono di battesimo per il padre di Piniano. Si pensava che il saccheggio dei Goti e poi gli scavi «di rapina» - per dirla con Angelo Bottini - del ’500 avessero cancellato per sempre la Domus Valerii. A fine ’800 lo storico Mariano Armellini era rassegnato: «Non può deplorarsi abbastanza - scriveva - la perdita di un monumento così insigne, la cui storia collegasi ai fasti più splendidi di Roma». Invece quei fasti torneranno a rivivere, quando gli affreschi e il mosaico del corridoio verranno ricomposti ed esposti al pubblico in uno spazio ad hoc all’interno dell’ospedale.