Torna Michael Bublé: «Il mio canto d’amore da Sinatra a Cohen»

L’artista canadese pubblica il suo nuovo cd: «Sono cresciuto e non volevo ripetermi»

da Roma

Arriva con mezz'ora di ritardo, ma la nota da star finisce qui. Michael Bublè per il resto è solo un ragazzo canadese di 31 anni che ha avuto un successo stratosferico e vuole spiegare il suo terzo disco. «Mostro un percorso di crescita», dice, ma senza stravolgere nulla, perché sente una forte responsabilità verso quei milioni di persone che hanno comprato i suoi altri due dischi. «Non volevo però nemmeno fare un cd di quelli che uno lo vuole comprare e la moglie gli fa: “Ma ne abbiamo già tre!”».
Più che un cantante, un cantautore, l'ultimo crooner - come è stato definito - Bublè si rivela per quello che è: un istrione alla Fiorello (che infatti definisce «genio» e oggi vedrà in trasmissione, prima di andare da Pippo Baudo). Nella conferenza stampa in un albergo romano, seduto su una di quelle sedie con la gonna, presenta Call me irresponsible (titolo dell'album e della canzone di Frank Sinatra). Canta, batte il tempo, fa imitazioni.
Quella più scatenata è del conterraneo Leonard Cohen. Bublè ha scelto di inserire tra i pezzi una canzone del suo idolo («Un dio»), I'm your man. Racconta di aver alzato il telefono e averlo chiamato, per dirgli quanto gli fosse grato per aver scritto canzoni come quella. Cohen risponde solo: «Prego» (lo imita con voce cavernosa e mento abbassato a cercare i bassi. Sembra l'originale). «Poi Cohen mi fa: “I canadesi sono orgogliosi del tuo successo”. Gli ho detto che ero preoccupato di cantare quella canzone, è troppo sexy, avevo paura che gli uomini mi avrebbero tirato la loro biancheria intima sul palco. Non si è messo a ridere, mi ha risposto: “Non credo che questo sarebbe un problema”».
Gli altri siparietti riguardano suo nonno, che si aspettava un disco tutto in italiano, mentre le uniche parole in italiano sono quattro: «Meglio stasera, baby, go-go-go, Or as we natives say, Fa subito!» (in It had better tonight di Henry Mancini). L'italianità dei nonni - emigranti da Pesaro e dall'Istria - e della sua famiglia è per lui una valore: «Fin da bambino i miei genitori mi hanno istillato l'orgoglio di essere un canadese di origini italiane». E giura che non lo dice solo in Italia: «Controllate».
Altra scenetta è l'imitazione di se stesso al decimo disco in uscita. «Avrò 45 anni, sarò immobile su una sedia, peserò duecento chili. Un po’ alla Marlon Brando». Non sa se allora scriverà canzoni sue e basta, ma il suo sogno è «un intero album di sole ballate, quelle da ascoltare mentre si fa l'amore». Per lui, che è cresciuto ascoltando Dean Martin e Frank Sinatra, i classici e l'amore sono la cosa che funzioneranno sempre (i suoi conti correnti ne sapranno qualcosa). «Tra 100 anni i bambini canteranno My Home o Sinatra?». Risposta scontata.
Fra i tredici pezzi - tutte canzoni d'amore, naturalmente - spuntano duetti originali, come Wonderful tonight (di Eric Clapton) cantata con il portoghese Ivan Lins, o Comin' home baby (di Mel Tormè, anno 1962) con la voce dei Boyz II Men. That's life (ancora Frank Sinatra) l'ha invece trasportata in Chiesa e appoggiata a un coro gospel.
Ma sono le sue storie d'amore ad aver ispirato i due inediti. Lost è la storia d'amore finita con una tale Debbie («Anche se le cose sembrano cambiate/c'è una cosa che è sempre la stessa/nel mio cuore sei rimasta/e possiamo volare via»). Everything, invece, è dedicata a Emily Blunt, sua «fidanzata», 24 anni, attrice (premiata ai Golden Globe per la serie Gideon's Daughter e soprattutto nel cast di Il diavolo veste Prada). A essere in lei, sarebbe da mollarlo, per un affronto simile: poteva aspettare un altro album per parlare della ex.