Torna il mito del bandito Giuliano forse è fuggito anche dall’aldilà

Una folla di cronisti, di fotografi e di curiosi come al cimitero di Montelepre, un tiro di schioppo da Palermo, non se ne erano mai visti, dicono. Tanti come non se ne erano contati neppure sessant'anni fa, quando una lunga coda di uomini e donne (poche le donne) vestiti di nero accompagnarono alla sua ultima dimora le spoglie dell'uomo (ma era davvero lui?) che ieri, come la mummia del faraone Tutankhamon, si è guadagnato la febbrile attesa, l'aura romanzesca e lo scrupolo investigativo, un po' all'americana, di un nugolo di anatomo patologi e di specialisti chiamati a sciogliere una vecchia sciarada. Appartengono davvero a lui, al Robin Hood di Montelepre (come la vulgata popolare lo ribattezzò, nel primo dopoguerra) i resti sparpagliati in fondo alla tomba che reca inciso il nome di Salvatore Giuliano?
«Quello che abbiamo trovato è il cadavere di un uomo, già sottoposto ad autopsia, con fratture ossee in alcuni punti, compatibili con colpi d'arma da fuoco. Il medico legale non sa ancora se i resti recuperati siano utilizzabili per l'esame del Dna». Questo è ciò che dice, al termine della riesumazione, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Per avere qualche certezza, insomma, e chiudere definitivamente un caso rimasto appeso a una serie di interrogativi, ci vorrà ancora qualche giorno. Il tempo, per esempio, di enucleare il Dna e compararlo con quello di alcuni parenti del bandito, tuttora viventi.
Solo allora potrà dunque calare il sipario sul primo grande mistero della storia della Repubblica: l'uccisione dell'uomo che negli anni convulsi del dopoguerra fu protagonista della stagione sanguinosa (in cui molti vollero vedere anche l'ombra dei servizi americani) del banditismo in Sicilia. I dubbi sollevati dagli esposti di alcuni storici e dal dottor Alberto Bellocco, il medico-legale che ha comparato le foto del cadavere del bandito, hanno indotto infine i pm di Palermo a dissipare i dubbi avanzati già a suo tempo da uno dei pionieri del giornalismo d'inchiesta, Tommaso Besozzi, che in un celebre pezzo dal titolo «Di sicuro c'è solo che è morto» tentò di smontare la tesi ufficiale, che voleva il re di Montelepre ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri.
La storia raccontata da Besozzi diceva del celebre bandito tradito dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, morto poi avvelenato all'Ucciardone. Giuliano, o almeno la carcassa crivellata di pallottole che venne sepolta in tutta fretta col suo nome, lo trovarono la mattina del 5 luglio 1950 in un cortile di Castelvetrano, al centro di una «scena» che sembrava surreale, messa in piedi come si sarebbe fatto in una pièce teatrale. Nacque in quei giorni la leggenda di un misterioso sosia sacrificato apposta per consentire a Salvatore Giuliano di lasciare la Sicilia alla volta dell'America.
La carriera criminale di Salvatore Giuliano era nata sette anni prima della sua morte, nel settembre del '43, quando Giuliano uccise il carabiniere Antonio Mancino durante un servizio anticontrabbando. Poi vennero gli assalti alle caserme dei carabinieri, alle camere del lavoro e alle sezioni del Pci con cui Giuliano contava di partecipare alla grande trama che in quegli anni teneva insieme mafia, separatisti e forze agrarie. Eroe nell'immaginario popolare, in realtà Salvatore Giuliano, autoproclamatosi colonnello dell'Esercito Volontario per l'Indipendenza della Sicilia, era un avventuriero, un «pupo» nelle mani della Mafia che dirigeva il Grande Gioco dall'America, quell'America a cui Giuliano sognava di portare «in dono» la Sicilia come quarantanovesima stella della bandiera degli Stati Uniti. Una trama oscura (che vide coinvolti anche i carabinieri coi quali Giuliano ebbe infine, ufficialmente, lo scontro a fuoco che gli costò la vita) e che culminò nell'eccidio di Portella della Ginestra del primo maggio 1947, quando Giuliano e i suoi uomini spararono contro una folla di contadini, donne e bambini che partecipavano alla festa del lavoro, facendo 11 morti e 27 feriti.