Torna Neil Young: rock da strada di un hippie che non s’arrende

In arrivo il nuovo album ecologista

Esistono e convivono - spesso contraddicendosi - mille Neil Young. Dal rocker solitario all’indiano metropolitano folk e psichedelico dei Buffalo Springfield, dal «country boy» disincantato di Harvest e di mille altre belle pagine acustiche a quello protopunk che ha ispirato i Pearl Jam. La mappa dei suoi dischi è frastagliata come la sua personalità. Unico comun denominatore: l’impegno sociale. Sempre contro la guerra, la violenza, l’ingiustizia. Passata la sbornia anti-Bush di Living With War e del nostalgico tour con Crosby Stills & Nash, ora incide Fork In the Road per raccontarci la sua visione della crisi («Ho una speranza ma non puoi mangiare la speranza» canta nel brano che dà titolo al cd) con le non certezze («c’è un bivio sulla strada e non so da che parte andare») e la resipiscenza del saggio (in Singing a Song dice: «cantare una canzone non cambierà certo il mondo»). Tema dominante la vocazione ambientalista (ormai è un mito la sua Lincoln Continental del 1959 trasformata da benzina ad un sistema misto elettrico e a gas); quindi si parla molto di auto, di autostrada, di vita on the road. Ma l’album com’è? Impossibile aspettarsi feroci parabole elettriche del peso di Southern Man, Alabama, Like a Hurricane, né splendide omelie quali Down By the River. Però la sua furente anima elettrica rimane (convivendo con quella inseparabile da aedo folk); brani meno memorabili dunque ma ricchi di rabbia ed energia dall’iniziale When Worlds Collide al rockabilly venato di honky tonk di Get Behind the Wheel, dagli echi sudisti di Johnny Magic al ripiegamento sulla pura anima rock di Hit the Road. La voce è nasale e sgraziata come il pubblico s’aspetta, il suono chitarristico, brutale, cinico nei suoi arpeggi e nei suoi pugnaci e (volutamente) caotici assolo. Un ottimo disco, se non avesse quella gloriosa storia alle spalle. Così, invece, Fork In the Road è l’onesta raccolta di canzoni di un eroe della controcultura che non dimentica il passato (splendida Light a Candle, l’unica pagina dell’album acustica e dolente) ma non vuol uscire dall’attualità, che non vuol smettere di lottare anche appigliandosi, quando occorre, alla retorica all’insegna del «Più cercano di influenzarmi più vado oltre, nessuno deve dirmi cosa fare. Mi piace quando la gente apprezza ciò che faccio, ma va bene anche il contrario».