Torna il terrore curdo in Turchia Una raffica di attacchi fa strage

A giocar con il fuoco si rischia di scottarsi. Recep Tayyip Erdogan e i suoi lo sapevano. Non più tardi di un mese fa il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, vera eminenza grigia del premier, aveva lanciato l’avvertimento. «Quando qualcuno vuole disturbare la Turchia usa il Pkk». Neppure Davutoglu s’attendeva una fiammata così rapida e devastante. I 24 fra poliziotti e soldati uccisi ieri nel corso di otto attacchi messi a segno in 4 ore da un centinaio di militanti curdi del Pkk nella provincia sud orientale di Hakkari non sono una semplice scottatura. Sono un ritorno di fiamma alimentato ad arte ed assai difficile da arginare.
A spegnerlo non basteranno le incursioni dell’esercito e dell’aviazione penetrati, già ieri, per oltre 4 chilometri nei territori del nord Iraq dove il Pkk sfrutta santuari e appoggi fornitigli dalle popolazioni curde. I turchi lanciavano quei raid già negli anni Novanta, ma la vera svolta, capace di schiacciare la testa del serpente, arrivò solo nel 1998. Allora un governo turco esasperato minacciò d’invadere la Siria, di andar a prendere il grande capo Ocalan nel suo santuario più impenetrabile, quello messogli a disposizione dal regime di Damasco. Solo allora Hafez Assad si decise ad espellere il capo terrorista costringendolo a bussare alle porte dell’Italia per elemosinare la benevolenza dell’allora premier Massimo D’Alema.
Oggi la situazione è molto più complessa. Il frenetico attivismo di Erdogan e Davutoglu, pronti a spaziare a tutto campo in Medioriente e in Asia, rende difficile individuare il fuochista pronto a soffiare sul Pkk e sull’incendio curdo. Al tavolo dei sospetti potrebbero accomodarsi l’Iran e la Siria, ma anche i vecchi servizi segreti militari turchi e gli agenti del Mossad israeliano. Prove certe non ve ne sono, ma gli indizi tirano in ballo tutti. Cominciamo da Israele. A settembre il quotidiano Yedioth Ahronoth riferisce che il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman non esclude di incontrare i rappresentanti del Pkk in Europa per cooperare con loro «in ogni possibile campo». L’uscita del falco di Gerusalemme arriva dopo il deterioramento delle relazioni tra Turchia e Stato ebraico, culminato con l’espulsone dell’ambasciatore israeliano ad Ankara. Nello stesso periodo il Mossad è sospettato di divulgare le imbarazzanti intercettazioni, ottenute dai servizi norvegesi, dei negoziati segreti intercorsi a Oslo tra il Pkk e alcuni emissari di Ankara.
Se il ruolo di grande sultano degli interessi di Gaza e dei palestinesi assunto da Erdogan infastidisce Israele, quello di grande protettore della rivolta sunnita in Siria fa letteralmente infuriare Bashar Assad e i suoi generali. Immaginare, in questo quadro, un minaccioso riavvicinamento tra servizi segreti di Damasco e i vertici militari del Pkk non è un grande azzardo. Neanche l’Iran è al di sopra di ogni sospetto. Il governo di Erdogan, pur non ostacolando i progetti nucleari della Repubblica islamica, è un membro della Nato e ha firmato un accordo per ospitare i nuovi radar americani capaci d’intercettare, in caso di conflitto, i missili iraniani destinati a colpire Israele. La Turchia è, inoltre, un pericoloso concorrente di Teheran pronta a destabilizzargli l’indispensabile alleato siriano, giocare un ruolo cruciale nella partita irachena e proporsi come nuovo referente di tutti i palestinesi da Hamas a Fatah.
La complessa partita con Teheran si gioca, tra i picchi dei monti Kandil, nelle zone del Kurdistan iracheno all’intersezione tra Iran e Turchia. Da lì i guerriglieri curdi del Pkk s’infiltrano anche in Iran, ma lì i servizi segreti di Teheran, da sempre abilissimi nello sfruttare la partita curda, giocano partite doppie e triple. Solo qualche settimana fa hanno rimesso in libertà il numero due del Pkk Murat Karayilan caduto nelle mani dei pasdaran dopo la fuga dalla sua base del nord Iraq colpita dalle bombe turche.
Prima di schiacciare il serpente straniero Erdogan deve però guardarsi dalle serpi di casa. I vecchi capi militari - estromessi dai vertici di forze armate e servizi segreti per far spazio a una generazione di generali più in linea con Erdogan - sono pronti a tutto pur di fargliela pagare. Anche a riallacciare le ambigue, inammissibili ma indispensabili relazioni con il nemico che scandirono la sporca guerra al Pkk degli anni Novanta. Rapporti che potrebbero tornar assai utili, dieci anni dopo, per far pagare un conto assai salato a Erdogan e al suo governo.