Torna la vecchia pièce sul dottore che fa ammalare anche i sani

Un assalto all’arma bianca portato all’arte medica. O, per meglio dire, a due spregiudicati scolari di Ippocrate. Questo è il nocciolo di Knock o Il trionfo della medicina, pièce transalpina anni ’20 ripubblicata ora da Liberilibri (pagg. 114, euro 13) per la traduzione di Serena Sinibaldi. Una commedia in tre atti sopravvissuta all’oblio che ha colpito l’autore, Jules Romains, che al tempo suo fece, invece, un qual certo furore come poeta, romanziere e drammaturgo. Inchiostratore a getto continuo, prolifico sia in versi sia in prosa, Romains attraversò quasi cent’anni: nato nel 1885 si spense nel 1972. Come scrive Max Bruschi nella sua colta introduzione, «monumento in vita, Romains fu pressoché dimenticato un minuto dopo che l’eco di orazioni funebri e coccodrilli era svaporata». Ma dalla prima rappresentazione del 1923 a oggi la levità di scrittura di Knock non è avvizzita e lo smalto comico non rivela screpolature. Al centro della scena c’è il dottor Knock, neolaureato quarantenne con un brillante passato nel commercio all’ingrosso di arachidi, che rileva con pagamento rateizzato il posto di medico condotto del paese di Saint-Maurice. Attirato da un fine carriera più cittadino, il predecessore, dottor Parpalaid, gli ha ceduto a buon prezzo l’attività, consapevole di infiocchettare per il nuovo arrivato una sorta di fregatura.
Ma, in soli tre mesi, l’ambulatorio da semideserto diventa frequentatissimo con tanto di dépendance nel vicino alberghetto, trasformato in cronicario. Questa brusca mutazione è figlia del turnover di due cialtronerie. Parpalaid era più affezionato a un quieto fannullonismo da provincia che allo stetoscopio e liquidava i rari pazienti con uno scarso interesse e la prescrizione di qualche decotto.
Knock, tutto al contrario, è l’infebbrato cultore della massima secondo cui «gli individui sani sono dei malati che ignorano di esserlo». Fautore di una sorta di ultrapositivismo degenerato che fa della medicina una religione fanatizzata, Knock mette a frutto il suo talento nella persuasione delle masse. Nessuno è sano: scava scava e si trova sempre un dolorino, chiaro sintomo di un male prossimo venturo. Impancandosi a ciarlatanesco sacerdote supremo di una medicina totale, Knock innesca una florida attività di induzione all’ipocondria: «Quello che non sopporto è che la salute assuma arie di provocazione», dice il dottore. La salute non esiste. Due parolette ben confezionate ed ecco che i saltuari disturbi di un corpo sano si ingigantiscono fino a diventare infermità da degenza eterna. Risultato: un intero paese a letto (e le tasche del dottore belle gonfie). Il monito di Romains dice dei pericoli di un eccesso di «scienziatismo» farmacologico. Una deriva che trasforma il piccolo mondo di Saint-Maurice in un regno ospedaliero illuminato da luci azzurrine e dominato dalla megalomania di un dittatore in camice bianco. Agli individui si sostituisce una massa di malati immaginari, felici di ottemperare all’appuntamento delle dieci con il quotidiano controllo della temperatura rettale. Convinti che sia un omaggio alla «modernità» della scienza.