«Tornano 300 uomini, ma la missione continua»

Nella maggioranza solo Calderoli chiede il ritiro di tutti i militari italiani. Follini: un errore strategico, in questi momenti serve il carattere di Churchill

Anna Maria Greco

da Roma

Torneranno in 300 dall’Irak, a settembre. Ma la missione continua. Silvio Berlusconi conferma da Gleneagles che il rientro delle nostre truppe sarà graduale e non subirà un’accelerazione a causa dell’attentato di Londra. «Non è cambiata la situazione - sottolinea il premier-. Come ho già avuto modo di annunciare, cominceremo con un parziale ritiro di circa 300 unità a settembre. Ne abbiamo già parlato con gli alleati e anche con il governo iracheno. Dovremo dare conferma di questa nostra intenzione che non farà diminuire il livello di sicurezza né dei nostri soldati né degli abitanti della regione sottoposte al nostro controllo».
Il presidente del Consiglio chiarisce qual è il programma del governo sulla missione Antica Babilonia in una conferenza stampa al termine del G8 in Scozia, mentre dall’Italia gli arriva più allarmata la richiesta dell’opposizione a far tornare a casa subito i nostri militari e anche nella maggioranza il ministro leghista Roberto Calderoli sollecita il ritiro «in fretta» delle truppe dall’Irak, con una proposta in sede Onu, perchè dopo New York, Madrid e Londra l'Italia è il prossimo «probabile obiettivo dei terroristi». «Gli impegni presi - risponde Berlusconi - si devono mantenere. Non si possono lasciare i lavori a metà: quindi, noi rimarremo nella missione in Irak esattamente come abbiamo convenuto e sempre dichiarato e secondo il mandato che ci ha dato il nostro parlamento». Poi al rientro a Roma il premier annuncia che inviterà l’opposizione a votare a favore del decreto che rifinanzia la missione italiana in Irak fino a dicembre. «Non si tratta più della guerra, che può essere stata giusta o non giusta - aggiunge - è una cosa passata. Si tratta di consolidare una democrazia e sostenere un governo democratico, formatosi a seguito di regolari elezioni».
Il ministro della Difesa Antonio Martino precisa che a settembre avverrà la «riconfigurazione quantitativa» del contingente italiano in Irak. «Nell'ambito dell'avvicendamento della Brigata Folgore con la subentrante Brigata Ariete - dice - ci sarà una riduzione di circa 300 uomini, secondo quanto annunciato dal presidente del Consiglio, e in base a un programma preciso che sarà sempre concordato con gli alleati e con il governo iracheno».
Calderoli ha già incassato il triplo «no» degli esponenti dei partiti alleati nella Cdl e sembra isolato, forse anche nel suo partito, certo da An, Udc e Fi. Ma dopo la dichiarazione di Berlusconi appare soddisfatto. Anzi, spiega che il premier gli ha «letto nel pensiero, vuole dire che tra noi c'è empatia». E continua: «Bisogna che qualcuno alzi la palla per far sì che qualcun altro faccia la schiacciata». Per il ministro delle Riforme ormai in Irak «abbiamo fatto la nostra parte e accompagnato il ritorno della democrazia» e possiamo andarcene, anche se questo non sarà sufficiente a «stornare la minaccia terroristica in Italia», perché il pericolo ce l’abbiamo «in casa». E «non siamo l’America, meglio rientrare».
Il leader dell’Udc Marco Follini gli replica duramente.«Parlare oggi, all'indomani di Londra, di ritiro dei soldati italiani dall'Irak costituisce un serio errore strategico». Poi aggiunge che «se c'è un momento in cui nel mondo serve il carattere di Churchill e non l'ansia diplomatica di Chamberlain è questo».
Nella Lega c’è anche chi, come il ministro della Giustizia Roberto Castelli, dice di non credere all’annuncio di Berlusconi, perché il ritiro dei primi militari a settembre sarebbe «un chiaro segnale di debolezza che è ciò che i terroristi si aspettano». Per Ettore Pirovano, capogruppo del Carroccio al Senato, quella di Calderoli è «più una provocazione per far riflettere che siamo in guerra», ma la Lega voterà per il decreto che rifinanzia la missione italiana.
«Non è opportuno, dopo l'ennesimo sanguinoso attentato, annunciare una disponibilità al ritiro non concordato con gli alleati», ribadisce a Calderoli il coordinatore di Fi, Sandro Bondi. «Sarebbe una fuga davanti al terrorismo», aggiunge Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore azzurro. E il vicepresidente di An, Ignazio La Russa, afferma: «Se dovessi decidere qualcosa in conseguenza delle azioni dei terroristi potrei solo irrigidire la mia linea e non certo ammorbidirla. Non la daremo vinta ai terroristi».