Tornano Brivio e Patruno: «Adesso i Gufi siamo noi»

Domani sul palco dell’Idroscalo uno spettacolo con jazz, cabaret e canzoni popolari

Viviana Persiani

Spiritosamente, Roberto Brivio definisce la serata di Ferragosto, all'Idroscalo, come quella che festeggia «Il ritorno dei Gu». Non è un errore, né gli sono rimaste delle lettere in gola. Semplicemente, del quartetto storico che diede lustro, dal 1964 al '69 (con un fuggevole ritorno nel 1980) ai mitici Gufi, saranno solo in due, lunedì, a calcare il palco dell'Idroscalo. Oltre a Brivio si esibirà anche Lino Patruno (Nanni Svampa non ci sarà, Gianni Magni è scomparso nel 1992), a deliziare il Ferragosto dei meneghini a tempo di jazz.
È lo stesso Brivio a presentare il ricco programma: «Alle 18.30 Patruno, ormai noto jazzista di fama internazionale, si esibirà con una band internazionale di 7 elementi, la Lino Patruno Jazz Show, e il pubblico potrà sperimentare la sua innegabile bravura.
Successivamente, prima di cena, rilanceremo la vecchia versione di jazz e cabaret durante la quale Lino mi accompagnerà con il suo sound. Alle 21.15 ecco Ciappa el Tram Balorda, che altro non sono che canti popolari, sociali e del lavoro, il tutto seguendo un montaggio cabarettistico composto da una serie di battute vecchia maniera; sarò affiancato da mia moglie Grazia Maria Raimondi e dall'Ariberto Ensemble».
Non c'è che dire: per il pubblico nostalgico, sarà una serata all'insegna delle canzoni che hanno fatto da colonna sonora ad una intera epoca. «Effettivamente - concorda il capomacabro dei Gufi - presenteremo canzoni che tutti conoscono come Porta Romana, Sant'Antonio allu desertu, il nostro cavallo di battaglia Il gallo è morto».
Certo, sarà triste ripensare ai Gufi senza la presenza di Gianni Magni, anima comica del quartetto, scomparso prematuramente a 50 anni. «Proprio per questo motivo - afferma Brivio -, abbiamo deciso di non ritornare più insieme. Comunque, per domani, la gente potrà gustarsi vecchi filmati televisivi che presenteranno alcuni dei nostri più famosi sketches, come Io vado in città».
Per i più giovani, chi meglio di una delle anime dei Gufi può ricordarne l'essenza? «Eravamo dissacratori, iconoclasti, vestiti di nero, amati dalla gente, soprattutto quando ci trasformavamo in figure femminili; quasi anticipatori dei tempi, salivamo sulla scena come en travesti».
Molti pensano ai Gufi associandoli al dialetto milanese ma come spiega Brivio le origini sono diverse: «In effetti, ho iniziato avvicinandomi alle canzoni popolari sarde che cantavo in dialetto maccheronico. Poi siamo passati alle ballate siciliane e, via via, risalendo verso il Nord, setacciando la tradizione comasca, varesotta, oltre a quella milanese. Il tutto sempre rivestito in chiave grottesca, proponendo certe immagini che erano guidate dalla spontaneità».
Tra i loro marchi di fabbrica, vi era sicuramente il filone macabro che Brivio ricorda nato «come ricerca, come tentativo di proporre qualche cosa di nuovo, insolito. Siamo partiti da Quando sarò morto, il divertente gioco che per i più superstiziosi era occasione di toccare ferro e qualcos'altro; tutto, ovviamente, a suon di risate».
Una storia, quella dei Gufi, ricca di soddisfazioni ed anche di curiosi aneddoti. «Come negli anni Sessanta - rammenta Brivio - quando venivamo reclutati dagli studenti universitari per recitare negli atenei occupati da loro».