Tornano Cochi e Renato: "Noi la vecchia Milano? Ma abbiamo i baby fan..."

I due attori presentano il nuovo show in scena dal 23 novembre. "Quanta gavetta anche nelle cantine. Oggi basta andare a Zelig"

«Continueremo a recitare in teatro “Finchè c'è la salute“. Che è il titolo scaramantico di una nostra nuova canzone e anche del nostro recital. Certo, il brano finisce con qualche colpo di tosse e non fa sperare bene, ma è normale perché ormai siamo vecchi». Basta una battuta a Cochi e Renato per presentare l'ultima avventura teatrale in cartellone al Nuovo dal 23 novembre. Accompagnati da una band dal vivo proporranno una carrellata dei loro «ragionamenti» e una quindicina di canzoni vecchie e nuove: «A gentile richiesta riproporremo i nostri classici, ma anche nuovi brani come L'aeroporto di Malpensa, storia di un nano con la faccia di aeroplano che s'innamora di un pilota in mezzo a gente contenta di arrivare e scontenta di partire, o Il barbiere di corso Vercelli, racconto di un parrucchiere che perde la testa per una ragazza di nome Silvano...». Storie surreali che hanno come quinta di scena ancora e sempre Milano. «Come potremo fare altrimenti? Milano è la città che ci ha visto crescere sin da quando nel 1964 cominciammo ad esibirci all'Osteria dell'oca e a conoscere Maria Monti, Enzo Jannacci, Dario Fo, Giorgio Gaber», ricordano Renato Pozzetto che ha settant'anni, e Cochi Ponzoni, un anno più giovane. «Poi quando cominciammo a fare cabaret non avevamo nemmeno i soldi per le attrezzature, ci portavamo un riflettore da casa per illuminare il palco, suonavamo una chitarra scassatissima. Ma ci esibivamo dappertutto, specialmente nelle cantine, e quasi non ci credemmo quando Tinin e Velia Mantegazza che avevano la galleria d'arte La Muffola, ci chiesero di cantare ai loro vernissage di mezzanotte. Eravamo stupiti di avere tanti ammiratori importanti, anche al di fuori del mondo dello spettacolo. Ci venivano ad ascoltare Lucio Fontana, Piero Manzoni, Dino Buzzati, Luciano Bianciardi e noi non capivamo cosa ci trovassero nelle nostre canzoni».
Era la Milano della notte, quella che oggi non c'è più. Quella in cui si faticava ad arrivare alla fine del mese e fare i comici era una magnifica avventura. «Abbiamo impiegato dieci anni prima di approdare in tv. E non era certo facile cantare brani surreali davanti ai dirigenti che ci guardavano come se fossimo due matti e ci domandavano il significato di quelle parole senza capire che erano nonsense. Oggi fare i comici è certamente più facile, anche per chi ha poco o niente da dire: basta uno spettacolo in un locale di cabaret per avere le porte aperte di un programma televisivo dopo una settimana». Per molti, poi, oggigiorno, la scorciatoia per avere successo è fare satira politica. «Noi, invece, preferiamo proseguire sulla nostra strada, lanciando allusioni che ognuno può interpretare a modo suo».
Eppure, assicurano, in platea non ci saranno solo cinquantenni nostalgici. «Abbiamo scoperto di avere un fan club di ragazzini. Una sera si sono presentati in camerino con dei nostri vecchi 45 giri: qualcuno li aveva rubati ai genitori, altri li avevano acquistati sulle bancarelle». Dopo quarantasei anni, non sono la classica coppia di artisti inseparabili sul palcoscenico e nella vita. «Diciamo che siamo come San Francesco - sintetizza Pozzetto -: ci facciamo i fatti nostri. Ognuno ha il suo lavoro, i suoi amici, la sua vita. Di tanto in tanto ci incontriamo; sabato scorso, per esempio, ho preparato una cassoeula gigante (piatto tipico lombardo, ndr) e Cochi mi ha onorato della sua presenza».