Tornano le epurazioni comuniste: "licenziati" i due disobbedienti

Rifondazione caccia Franco Turigliatto che approda al gruppo misto. Diliberto chiude i rapporti col senatore che non ha votato

Roma - Credevano di votare per la pace e ora i compagni fanno loro la guerra. Irriso, minacciato, il senatore Fernando Rossi, ex Pdci. Allontanato, poi espulso e definito «incompatibile» il senatore Franco Turigliatto, ex Rifondazione. Per tutti e due i senatori dissidenti nel voto sulla politica estera al Senato, è arrivata una punizione esemplare. L’effetto terrore c’è stato, perché qualche pacifista dice che sarà costretto a votare sì al rifinanziamento della missione in Afghanistan (se la maggioranza rimarrà questa) altrimenti si viene espulsi dal partito. È quello che è capitato ieri a Turigliatto, deferito al collegio di garanzia di Rifondazione, ma che prima della probabile radiazione ha voluto giocare d’anticipo, e si è dimesso da solo dal Prc, passando al Gruppo Misto. La mozione contro Turigliatto è stata votata quasi all’unanimità dal direttivo del Prc. Si è dissociato Salvatore Cannavò, della corrente di Sinistra Critica, e si sono astenuti Sergio Bellotti e Gian Paolo Pegolo, anch’essi della minoranza del Prc. Gli unici a non rinnegare Turigliatto.
Gli altri lo hanno «ucciso» con il sorriso, ma lo hanno fatto fuori: «Abbiamo dovuto prendere una decisione difficilissima, ma tu sei fuori dal gruppo», gli ha detto il capogruppo al senato Giovanni Russo Spena. «L’espulsione è una misura dura ma corretta - ha aggiunto il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero - anche se lo dico con grande rammarico, perché Franco lo conosco da prima che cominciassimo insieme a fare politica nel Prc». «Il compagno Franco Turigliatto», conclude l’ordine del giorno approvato dal partito, ha determinato «una gravissima lesione dell’immagine pubblica del partito». Un’epurazione talmente violenta che Turigliatto ieri è arrivato a mettere in dubbio addirittura il suo voto di fiducia a Romano Prodi, se sarà il Professore a presentarsi alle Camere.
L’altro «untore», il senatore con cui nessuno nella sinistra vuole più parlare, è Fernando Rossi. Oliviero Diliberto ha delegato ad altri ogni contatto con lui: «Spero che qualcuno lo consulti a livello informale...». C’è chi ha messo persino in giro il suo numero di cellulare, con la raccomandazione: «Digli cosa pensi di lui e fai girare questo sms».
Ieri un quotidiano ha scritto che Rossi è stato anche preso a pugni da un ex consigliere regionale toscano del Pdci. Ma il diretto interessato, Nino Frosini, dopo che Ignazio La Russa aveva chiesto un intervento del presidente del Senato Franco Marini a tutela di Rossi, ha smentito: «A La Russa mandiamo a dire che abbiamo praticato con profitto la nobile arte del tirar pugni, ma non abbiamo esercitato questa nostra capacità con il senatore Rossi». «È assolutamente intollerabile l’atteggiamento “comprensivo” dei segretari politici dei partiti comunisti nei confronti delle minacce e delle violenze subite da alcuni senatori», avverte Luca Volontè, dell’Udc.
Rossi parla di aggressioni e «continui insulti» e si scaglia contro Diliberto: «Lui parla di dignità, lui che diceva che gli americani hanno le mani grondanti di sangue e poi va in aula e annuncia che vota sì!».
Un lettore dell’Unità, Alessandro Tiri, ieri scriveva nella pagina delle lettere: «Non devono dimettersi solo i due senatori, ma anche i segretari dei partiti comunisti che hanno la responsabilità politica della loro elezione».