Tornano i Chicago Boys Il Cile reingaggia gli Usa

Con la sconfitta elettorale del centro-sinistra e l’avvento alla presidenza dell’imprenditore Sebastián Piñera (che s’insedierà a marzo), quello che in Cile si va profilando è il ritorno in forza, alla guida dell’economia, di alcuni di quegli studiosi liberali, detti «Chicago Boys», che già ebbero un ruolo rilevante ai tempi del regime del generale Augusto Pinochet. Ovviamente una simile notizia sta gettando nello sconforto larga parte dei commentatori europei, ma solo perché in troppi casi mancano informazioni fondamentali.
In particolare, se vista da qui la nomina di Cristián Larroulet a capo dello staff economico di governo può sorprendere (perché egli fu uno dei consiglieri economici di Pinochet), a Santiago la percezione è alquanto diversa. E non solo perché il governo includerà vari indipendenti e perfino qualche ex-ministro del centro-sinistra: come Jaime Ravinet, esponente della Democrazia cristiana e ora designato ministro della Difesa. Ma i cileni non sono affatto scandalizzati soprattutto perché essi sanno che la loro vicenda storica fu assai più complicata di quanto non si pensi.
Al tempo di Salvator Allende, entro lo scontro bipolare che opponeva Stati Uniti e Unione Sovietica il Paese stava per scivolare verso logiche collettiviste e se questo certo non giustifica i crimini che furono poi commessi dalla giunta militare, pure ci obbliga a leggere quei fatti in termini assai meno manichei.
Nello specifico, inoltre, il ruolo svolto dai «Chicago Boys» di Milton Friedman fu fondamentalmente positivo. Tutto prese il via con la sottoscrizione, a partire dagli anni Cinquanta, di un accordo di cooperazione tra l’istituto di economia dell’università di Chicago e l’università Cattolica del Cile, una cooperazione che favorì il formarsi di un gruppo di studiosi tesi a valorizzare la proprietà, il mercato, la concorrenza. Quando il regime di Pinochet s’impose, ad alcuni di questi economisti fu chiesto di offrire un proprio contributo al salvataggio dell’economia del Paese: e ci fu chi accettò di buon grado.
Uno di questi fu José Piñera (fratello del nuovo presidente, con cui però i rapporti personali oggi non sono buoni), a cui tra le altre cose si deve quella riforma delle pensioni che ha introdotto un sistema a capitalizzazione, il quale ha svolto e continua a svolgere un ruolo cruciale nel consolidamento dell’economia di questo piccolo Paese.
Se oggi il Cile è un’eccezione all’interno del desolante panorama dell’America meridionale ed è un sistema pluralistico consolidato e stabile, molto si deve alle riforme economiche introdotte dagli studiosi liberali e al fatto che il Cile è una delle economie più liberalizzate al mondo. Nell’indice delle libertà economiche della Heritage Foundation, ad esempio, il Cile si trova al decimo posto, nonostante i governi progressisti degli ultimi anni abbiano fatto perdere qualche posizione. È grazie alla sua struttura istituzionale leggera (limitata tassazione e minima regolamentazione) che oggi il reddito pro-capite cileno è comunque intorno ai 15mila dollari, contro i 4mila della Bolivia o i 10mila dello stesso Brasile.
Va anche detto che i «Chicago Boys» non sono scomparsi dalla scena con l’avvento della democrazia. Al contrario, hanno continuato la battaglia nel campo delle idee. Dal 1990 lo stesso Larroulet è direttore di Libertad y Desarrollo, think-tank che ha compiuto un grande lavoro di promozione delle idee liberiste. Di recente lo stesso economista ha sottolineato, richiamandosi a Friedrich von Hayek, «che l’unico modo per cambiare il corso della società consiste nel mutarne le idee. Il Cile è una buona dimostrazione di tutto ciò». Oggi molti commentatori si chiedono se quello guidato da Piñera sarà essenzialmente un governo tecnocratico, e quindi non troppo distante da quello di Michelle Bachelet, oppure se avremo una nuova stagione di riforme liberali, che renda il Paese ancora più interessante per gli investitori e meglio in grado di mobilitare le energie locali. Molto dipenderà proprio da quanto efficace, negli scorsi anni, è stato quel tipo di lavoro culturale.