Tornano i pirati, ma sono di carta

I ragazzini hanno imparato ad amarli al cinema, i saggisti li hanno
riscoperti grazie alla cronaca, i romanzieri li usano anche come
metafora dello scontro di civiltà. È il trionfo dell’editoria corsara

Sono tornati. Imperversano facendo sventolare la Jolly Roger (la classica bandiera con teschio e tibie) per le librerie di mezzo mondo, ma soprattutto in quelle italiane. Del resto la Penisola è da sempre esposta ai loro attacchi. Stiamo ovviamente parlando di pirati, bucanieri, corsari et similia. Per nostra fortuna però hanno soltanto velieri di carta, si limitano a prendere d’assalto cataloghi e scaffali e non più i forti della Martinica.

E qui qualcuno potrebbe dire: il pirata è un grande classico del libro, non se n’è mai andato. Vero. Però da anni non si assisteva a un’ondata simile. Non si tratta più dei «soliti noti» posteggiati nella zona dei libri per ragazzi: L’isola del tesoro, Il Corsaro Nero, La Regina dei Caraibi... I titoli, infatti, si sono moltiplicati. A casaccio tra i recentissimi: I pirati dell’oceano rosso (Nord), Il pirata e il condottiero (Corbaccio), L’ultimo pirata (Mondadori), Pirati dei sette mari (Mondadori), Piratologia applicata. Un corso per aspiranti cacciatori di pirati (Rizzoli), Pirati all’orizzonte (Prospettiva)... Per limitarci ai casi in cui la parola finisce anche nel titolo. Ma sono ripieni di pirati, in entrambi i casi barbareschi, anche I cristiani di Allah di Massimo Carlotto (e/o) e Il decimo dono (Longanesi) dell’inglese Jane Johnson.

Senza contare il moltiplicarsi di saggi: l’editore Odoya ha appena ripubblicato un classico come Storia della pirateria di Philip Gosse e la Shake ha pubblicato Le repubbliche dei pirati di Hakim Bey. Insomma Jolanda la figlia del Corsaro nero di Salgari oggi farebbe fatica a navigare da tanto le acque sono intasate di concorrenza. Difficilmente riuscirebbe a sopravvivere all’arrembaggio di Costruisci il galeone dei pirati o di qualunque altro libro con tre alberi smontabile annesso. Al di là dell’ironia questo big-bang editoriale è il prodotto di tre fenomeni che, partendo da punti di partenza lontani, finiscono con l’incrociarsi e con il convincere autori ed editori a dar vita a questa nuova Tortuga.

Alla base dell’esplosione di libri per bambini c’è la disneyana saga dei Pirati dei Caraibi. Sul successo dei film non val la pena spendere parole: contano milioni di spettatori, molti dei quali devono essere accompagnati in sala per mano. A ruota sono arrivati almeno nove titoli librari pubblicati dalla Disney. Altri sono seguiti a ruota. Chi puntando sul fantastico e sull’iconografia, antistorica, del pirata buono, chi sui libri per ragazzini, ma con un profilo più didattico-scientifico. A seguire, i libri d’avventura che puntano sul fascino romantico del corsaro, ma adatti anche ai più grandicelli. È il caso dei libri di Scott Lynch che esordì con Gli inganni di Locke Lamora (Nord) e ora prosegue col citato I pirati dell’oceano rosso. È quasi fantascienza in salsa corsara.

La saggistica è spinta anche dalla cronaca. I bucanieri sembravano morti e sepolti: poi di colpo ce li siamo ritrovati sulle pagine dei giornali, perché sorpresi a rubare navi cariche d’armi o a insidiare le regate. Abbastanza per ristudiare la pirateria storica, chiedendosi quanto il passato tocchi il presente (il primo a porsi il problema è stato William Langewiesche con Terrore dal mare, Adelphi, 2005).
A margine c’è poi il romanzo piratesco «serio», quello che cerca di dar corpo a pirati storicamente credibili.

È il caso di Il pirata e il condottiero di Anna Spissu che ricostruisce le vicende di Dragut, terrore del Mediterraneo a metà del ’500, oppure del più sentimentale Il decimo dono che prende spunto da un’incursione barbaresca contro l’Inghilterra nel 1625. E in questi romanzi al centro della scena c’è la pirateria musulmana. Assente dai classici del genere, viene riscoperta ora, facendo persino una comparsata in Un cappello pieno di ciliege (Rizzoli) di Oriana Fallaci. Forse sarà un effetto del rinnovato scontro di civiltà. Comunque è un fenomeno divertente. In fondo, vista la pioggia di titoli è inutile porsi domande. Meglio urlare: «All’arrembaggio».