Tornano i Rem, rock a volume alto "Basta con i concerti per la politica"

La band americana presenta il nuovo cd <em>Accelerate</em>, undici brani essenziali e riusciti. Michael Stipe: &quot;Sono più semplici&quot;. Ieri show &quot;blidato&quot; al Rolling Stone di Milano

Milano - Ma che bello incontrare i Rem. Michael Stipe, che è il cantante ma pure l’intellettuale e la guida spirituale del gruppo, parla sereno come una Pasqua. Il bassista Mike Mills è più caustico ma è un piacere ascoltarlo. E Peter Buck è l’unico chitarrista del mondo così modesto da dire «mi fanno schifo gli assoli di chitarra, io non sono mica Jeff Beck». Insomma, si parla, niente slogan, zero retorica. D’altronde i Rem sono a Milano a presentare Accelerate, il loro miglior disco da anni, un’aspirina rock di undici canzoni in 34 minuti, caustiche, essenziali, registrate in nove settimane come si faceva una volta: buona la prima o, al massimo, la seconda. «Amo questi nuovi brani perché sono più facili da cantare dal vivo rispetto a quelli vecchi» dice Michael Stipe, che si è fatto crescere un barbone sale e pepe ma è l’elegantone dei tre e infatti in questi giorni milanesi ha fatto shopping da Dolce&Gabbana, Dior e Prada, che poi indossa con nonchalance. «Il momento più bello della mia carriera? - dice Stipe -. Forse qui in Italia quando ho diviso il camerino con Mikhail Gorbaciov». In ventotto anni, questa band della remota Athens in Georgia ha camminato in lungo e in largo per il mondo nostro e per quello loro, popolato di ideali, illusioni, tremende convinzioni e feroci battaglie che hanno avuto come unica regola la civiltà. E si sono spaccati in due: per milioni di persone sono gli eroi di Losing my religion, uno dei brani che si possono suonare dappertutto perché hanno i cromosomi del capolavoro. Per tutti gli altri fans, quelli più affezionati, sono la band dello ying e dello yang, sono equilibrati, ragionevoli, circostanziati e sono stati capaci di crescere con il loro pubblico sin da quando, con The one I love dell’87, sono passati dal circuito alternativo per laurearsi in quello mainstream, commerciale, di grande diffusione. Bravi insomma (e non hanno neppure perso la faccia). Perciò adesso alla soglia dei cinquant’anni, dopo aver macerato successi, delusioni e fatiche, possono dire che Living well is the best revenge («Vivere bene è la miglior vendetta», canzone d’apertura del disco) e possono permettersi di smarcarsi dalla politica urlata, impegnata, campagnola nel senso di dettata dalle grevi esigenze della campagna elettorale. Nel 2004 erano loro, insieme con i Pearl Jam e Bruce Springsteen, la colonna sonora della tournée a favore del candidato democratico John Kerry, poi bocciato dalle elezioni. Adesso, anche se c’è «pessimismo» nei testi e di sicuro preferiscono Obama o persino la Clinton al posto di McCain, «l’ultima cosa che volevo fare era scrivere canzoni politiche» come conferma Michael Stipe, che sul palco non farà più l’agit prop perché «non ho bisogno di mostrarmi per soddisfare il mio ego». E se poi Peter Buck, il più tranchant dei tre, aggiunge che «in fondo quelli sono politici: voi ne lascereste entrare uno in casa vostra?», allora il quadro è completo: i Rem hanno fatto un disco rock perché, come dice Mills, «certe volte è meglio tirarsi fuori le cose da dentro», ossia sfogarsi, alzare il volume e succeda quello che succede. Che cosa s’è visto ieri sera al Rolling Stone, nel concerto davanti a un pubblico selezionato (tra gli altri Ilaria D’Amico, Gad Lerner, Luca Sofri, Le Vibrazioni, Victoria Cabello con Maurizio Cattelan): una furia ragionevole, un’ora e poco più di grande rock suonato con le palle, senza troppi giri di parole, immediato, diretto come sanno fare solo in pochi, o pochissimi.