Tornare alle falde «del Vesuvio» Nonostante tutto

Marcello D’Orta

Nel suo bel programma televisivo «Alle falde del Kilimangiaro», Licia Colò invita i telespettatori a viaggiare in questo e in quel Paese del mondo. Il programma ha successo, nonostante la voce troppo acuta della conduttrice (dopo mezz'ora di ascolto mi viene un mal di testa grandioso) ma ancor più successo potrebbe avere una trasmissione che si presentasse come il suo «rovescio», una trasmissione, cioè, che ammonisse i vacanzieri a non andare nel tale posto, che li mettesse in guardia da tutti i guai cui potrebbero (cui quasi sicuramente andrebbero) incontro decidendo di partire per quella nazione o città. Migliaia di potenziali vittime sarebbero riconoscenti alla Rai, mai come in questa occasione sentita come mamma.
Uno di questi luoghi è senz'altro Napoli.
Quando devo parlar «male» della mia città mi si stringe il cuore, ma mi sentirei un antiitaliano, un antieuropeo e un antimondiale (si può dire così?) se tacessi di quel che succede all'ombra del Vesuvio, proprio a stagione turistica iniziata.
E che succede all'ombra del Vesuvio? Succede che gli ospiti stranieri, dando credito alle parole dei vari Goethe, Stendhal, von Platen, Shelley arrivano nella città di Rosa Russo Bassolino convinti di vedere il paese più bello del mondo, e se non il più civile (questo non ce lo hanno concesso neppure i nostri più entusiastici ammiratori) di sicuro il più originale e il più umano («Tu, cuore del mondo» disse Shelley).
E invece cosa capita? Capita che questi ospiti, una volta messo piede in città, per procedere in direzione di piazza Plebiscito, via Toledo o il Vomero, sono costretti a scansare o scavalcare ecatombe di rifiuti liquidi e solidi, sacchetti a perdere mal chiusi, da dove, per dirla con Rea, scorrono liquami nerastri, matasse di spaghetti con sugo rosso raffreddato di pomodoro, ossi di macellerie, visceri densi e rossastri di cani, gatti e topi schiattati. Da settimane, infatti, si è riproposta la cosiddetta emergenza rifiuti, e non c'è bisogno di andare in Val d'Aosta o in Trentino per ammirare montagne alte chilometri: ogni napoletano gode della visione di Monte Bianco e Monte Rosa di munnezza.
Questa è la città. E i cittadini? Napoli conta un milione e ventimila abitanti, e la stragrande maggioranza è gente civile, che tuttavia deve fare i conti con una minoranza composta da uomini primitivi, da australopitechi metropolitani, da selvaggi del Borneo (che certamente Licia Colò conosce meglio di me) che in pratica hanno in scacco la città: si tratta di camorristi, delinquenti comuni, scippatori, semplici cittadini maleducati. In pochi giorni è successo questo: una coppia di americani è stata derubata in via Marina, due coniugi canadesi sono stati spediti in ospedale, due giapponesi sono stati scippati e malmenati, due francesi sono stati rapinati, una coppia di scozzesi è stata travolta dal motorino di uno scippatore in fuga (entrambi ricoverati al nosocomio, lui è seriamente ferito), una turista russa è stata spinta in acqua dal branco, una coppia di austriaci (lui settanta anni lei sessantasei) sono stati aggrediti nell'isola pedonale, una coreana una danese e una cinese hanno presentato denuncia dopo aver subito uno scippo (la coreana è stata medicata al Pronto Soccorso), una polacca è stata derubata della borsa e picchiata a sangue...
E tutti questi disgraziati hanno dichiarato: «Non torneremo mai più a Napoli».
E invece no, e invece bisogna tornare a Napoli, perché questa, nel «bene» (qual è il bene lo vedremo nella prossima puntata) è una città straordinaria, una città unica al mondo.
Il guaio è che questa maledetta «nuttata» sembra non voler passare mai.