«Torneremo a investire, ma dal 2010»

MilanoIl 2009 è perso, dice Marco De Benedetti, «ma io sono un’ottimista e voglio credere che a partire dal 2010 si vedranno i segnali di ripresa, a partire dagli Usa, e ci saranno molte occasioni per investire». Soprattutto per Carlyle, colosso del private equity dove De Benedetti è managing director per l’Europa. E da dove guarda a questa crisi con una prospettiva un po’ controcorrente. Come svela in questa intervista al Giornale.
È come la crisi del ’29?
«Senza voler minimizzare, se guardiamo indietro vediamo che in 40 anni ci sono sempre state crisi e inceppamenti del sistema. Il sistema è caratterizzato da cicli e da correzioni. Ora io dico che a oggi, non è crollato il mondo, e il prodotto lordo medio mondiale è ancora in crescita. Ci sarà una frenata brusca, ma poi si ripartirà».
Tutta colpa dei mutui subprime. O no?
«Dire che sono stati il male assoluto non è corretto. Giustamente si notano gli effetti negativi, ma questi mutui hanno anche permesso a milioni di persone di comprarsi la casa che altrimenti non avrebbero mai potuto. A ora mi risulta che il saldo netto per il sistema sia ancora ampiamente positivo. Poi ci sono state esagerazioni: si è innescato un meccanismo perverso che ha spinto le banche ad andare oltre, a continuare a emettere mutui in maniera scellerata perché sapevano, o si illudevano, che non ne avrebbero pagato le conseguenze. Incassavano le commissioni e li mettevano fuori bilancio. Viceversa non li avrebbero emessi».
È un problema di regole?
«Forse. Ma prendiamo l’Europa: le norme di Basilea 2 sono state considerate da tutti come rigorose e per garantire la solidità delle banche. Ma allora perché le banche europee si sono trovate messe peggio di quelle Usa?».
Peggio di quelle Usa?
«In media direi proprio di sì. Intanto sono più «leveraggiate». Poi le perdite subite sono state più elevate sia in assoluto, sia relativamente a singoli casi. Non voglio dire, allora, che tutto va bene così com’è. Ma queste puntualizzazioni sono necessarie per arrivare all’unico punto che adesso conta».
Dica
«Oggi c’è in corso una stretta creditizia, anche in Italia, non dobbiamo nasconderlo. E i piccoli imprenditori sono quelli che soffrono di più, e sono l’asse portante della nostra economia. In questa situazione le cifre messe a disposizione dai governi sono rimaste nella banche, a tamponare i loro problemi. E quelle che arriveranno in Italia corrono lo stesso rischio. Allora il tema è come fare per mettere in circolo queste risorse. Questo deve essere il vero obiettivo del prossimo G20 se si vuole dare uno stimolo all’economia».
La nuova amministrazione Usa aiuterà in questo senso?
«Il mondo aveva bisogno di un cambiamento, anche di generazione. Ci sarà un effetto psicologico. In ogni caso l’America sarà la prima a ripartire, e relativamente presto: parlo del 2010. Il 2009 è un anno perso, la disoccupazione non ha ancora finito di crescere, e i budget 2009 delle aziende sono fatti tutti di tagli».
E il private equity? Come farà Carlyle con il credit crunch?
«Guardi: il private equity ha un punto debole: a distanza di 10-15 anni dall’esordio di questa industria non siamo ancora riusciti a spiegare cosa facciamo. Cominciamo a sfatare un mito: non esiste una correlazione tra i ritorni e la leva finanziaria; non è vero che guadagniamo con il debito. È vero che tra 2004 e 2007 qualunque oggetto passava di mano a prezzi sempre più alti perché in ogni passaggio qualcuno ci aggiungeva più debito. Ma è finita e io dico che il private equity è una “forma di proprietà”. E che la creazione di valore dipende sia dai manager, sia dagli azionisti. E noi pensiamo di saper fare bene il lavoro degli azionisti. Tutti i dati dimostrano che, nella media, le aziende di fondi di private equity crescono, assumono e investono di più delle società quotate in Borsa. Oggi l’industria del private equity è tra le poche che ha la liquidità. E in un mercato che dopo molti anni non sarà più governato dai venditori, ma dai compratori, faremo la nostra parte».
E da quando?
«La storia insegna che le migliori operazioni sono quelle effettuate due anni dopo la crisi. Per questo credo che dalla seconda metà del 2009 fino al 2010 sarà il momento buono: si pagheranno poco buone società che di lì al 2015 potranno rivelarsi buoni affari».
Qualche esempio?
«Tutte quelle aziende che mostrano un punto di forza, (un prodotto, un mercato, una tecnologia). Posso escludere comparti in crisi come le auto. Difficile anche pensare alle banche. Mentre sono interessanti i servizi finanziari di loro emanazione, come dimostrano i casi del Cerved o dei Servizi Interbancari».
Da investitore in Italia per un gruppo Usa, che idea si è fatto della vicenda Alitalia?
«Lasciando perdere il passato, credo che Cai sia oggi l’unica possibilità. E che le condizioni richieste ai dipendenti non siano da negrieri. Inoltre conosco Rocco Sabelli da 10 anni, ha tutti i requisiti per fare bene. Dunque sarebbe una iattura se le corporazioni sindacali facessero saltare l’operazione. E non solo per Alitalia, ma per tutto il Paese a causa del pericolosissimo precedente che si verrebbe a creare. Un bruttissimo segnale per chi vuole investire in Italia».
E di Telecom, dove lei ha lavorato quando valeva 4 euro; cosa si può dire oggi che ne vale uno?
«Le tlc sono uno dei settori dove investiamo di più. I titoli di Telecom hanno subito un calo maggiore rispetto ad altri operatori. In passato ci sono state scelte sbagliate, che mi hanno fatto lasciare l’azienda, come l’integrazione fisso-mobile, o la rinuncia all’internazionalizzazione. Ma se ora dovessi dare un solo consiglio ai manager, sarebbe quello di indicare il più rapidamente possibile che azienda vuole diventare Telecom. Perché tutti, dipendenti in primis, ancora aspettano di sapere dove esattamente questa azienda vuole andare. Perché non è ancora chiaro».